Bon Iver – Bon Iver

Bon Iver Bon Iver Recensione /5
Justin Vernon continua il viaggio onirico per i gelidi sentieri del suo io. Al terzo album, Bon Iver riconferma la sua abilità nel convertire in musica quella necessità di purificazione che stette alla base del suo capolavoro d’esordio, “For Emma, Forever Ago”, risultato di un lungo periodo di eremitaggio nelle foreste innevate del Wisconsin. Se

Justin Vernon continua il viaggio onirico per i gelidi sentieri del suo io.

Al terzo album, Bon Iver riconferma la sua abilità nel convertire in musica quella necessità di purificazione che stette alla base del suo capolavoro d’esordio, “For Emma, Forever Ago”, risultato di un lungo periodo di eremitaggio nelle foreste innevate del Wisconsin. Se però i precendenti album erano vincolati all’esigenza di raccontare delle storie, con questo album Bon Iver si libera di qualsiasi impulso narratore per dedicarsi completamente alla mera creazione di aspersioni sinfoniche. L’analisi introspettiva si trasforma così in un metaforico, solitario pellegrinaggio a spasso per il nuovo mondo, in cui il bisogno di perdersi nell’immensità dei paesaggi si traduce nella composizione di melodie impalpabili, che si liberano nell’aria ricoprendo di pallida nebbiolina tutto quello che le sta intorno. Le tipiche rarefattezze di Vernon si spingono qui oltre i confini della singola canzone, per miscelarsi soffuse con le trame delle tracce seguenti, in un omogeneo continuum di immagini evanescenti che fluiscono ininterotte per tutta la durata dell’album.

Perth”, iniziale e maestosa perla del disco, dichiara gli intenti dell’album: una fragile, eterea base di synth che viene pian piano calpestata dall´incedere sempre più incalzante della batteria, in un crescendo di impetuosità emotiva che, accompagnata dal falsetto di Vernon, sembra volersi protendere verso l’infinito, infrangendosi poi nelle desertiche fascinazioni di “Minnesota, WI”. Le atmosfere ovattate dell’album suggeriscono le immagini di una stagione, l’inverno, che pare ancora una volta essere il Leitmotiv delle creazioni di Bon Iver. Tutto appare avvolto da una patina leggera di brina, che regala alle canzoni un’aria di candida immacolatezza. Le voluttuosità cristalline di “Wash”, “Holocene”,“Michicant” e “Lisbon OH”  definiscono poi i tratti di un album che ad ogni sua traccia si fa sempre più riflessivo, rispecchiando quel bisogno introspettivo che viene qui magistralmente ricreato attraverso l’uso sapiente dei sintetizzatori, che danno voce all’anima malinconica di Vernon. Qualcosa, nelle suggestioni oniriche dell’album, fa pensare al post-rock dei Talk Talk, ma è solo un’illusione: la musica di Bon Iver è personalissima, impossibile fare paragoni.

L’unica pecca dell’album potrebbe essere rappresentata dal fatto che, ad eccezione di “Perth” e “Calgary”, nessuna traccia spicchi mai veramente il volo. E spesso è un peccato, poiché di occasioni per dare una sana accelerata alle ritmiche se ne presentano tante, ma paiono tutte volontariamente ignorate da Bon Iver, che dimostra di voler mantenere le tracce legate ad un’aurea di indefinitezza nebulosa. Proprio per questo motivo, rimane la sensazione che si tratti di un album composto esclusivamente per soddisfare esigenze personali, una sorta di cura dell’anima che trascende  qualsiasi logica di “arruffianamento del pubblico”. Il che, di solito, è un ottimo segnale.

Valentina Lonati

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