Clap Your Hands Say Yeah – Hysterical

Clap Your Hands Say Yeah Hysterical Recensione /5
Di solito succede così. Che quando tu, band mediamente sfigata del panorama indie rock moderno, vedi un tuo pezzo sfondare la barriera dell´accalcatissimo e spietato mondo della pubblicità e/o dello schermo a colori, significa che hai fatto proprio centro. Hai raggiunto la vetta, baby. Così è stato per i Clap Your Hands Say Yeah, che

Di solito succede così.

Che quando tu, band mediamente sfigata del panorama indie rock moderno, vedi un tuo pezzo sfondare la barriera dell´accalcatissimo e spietato mondo della pubblicità e/o dello schermo a colori, significa che hai fatto proprio centro. Hai raggiunto la vetta, baby.

Così è stato per i Clap Your Hands Say Yeah, che grazie alla pubblicità di una nota carta di credito hanno visto fare il giro del mondo alla loro miticaUpon this tidal wave of young blood”, vera perla dell’ album d’esordio. Il loro rock vibrante elettrizzava al primo ascolto, tramortendo l’ascoltatore con una dose di sincera e squinternata spontaneità, puro ossigeno  per le vene di tutti i rock’n rolla di oggi. E di questo, qualcuno giustamente se ne era accorto.

A distanza di sei anni da quel fortunato esordio però, i CYHSY hanno deciso di sopprimere la loro autenticità, inscatolandola in un album che non ha nulla a che vedere con il glorioso passato.

C´é ben poco da dire su “Hysterical”.

Arrangiamenti pesanti e ridondanti fanno da base ad un irriconoscibile Alec Ounsworth, la cui voce si ingentilisce, perdendo quella sua peculiare asprezza che era il marchio di fabbrica della band di un tempo. Pezzi come la title track, “Same mistake” e “Into your alien arms” sconvolgono per la loro inaspettata ruffianeria pop: ci si chiede se sia uno scherzo.

Detto questo, si tratta di ottimo pop, per carità. Ma quello che si ascolta in questo ultimo album rimane distante centinaia di chilometri dalla freschezza delle melodie di un tempo, che pur venendo assorbite in un battito di ciglia restavano a lungo ad infondere la loro piacevole sensazione di fanciullesca libertà. E pazienza se la bellissima, e conclusiva, “Adam’s plane” (seppur anche questa troppo arrangiata) ci faccia ricordare le enormi potenzialità compositive della band. L’amaro in bocca c’è, e rimane per tutta la durata dell’album.

Ci hanno riflettuto troppo su questo album, i CYHSY. E di solito succede cosí.

Che quando tu, band mediamente sfigata, hai raggiunto la vetta, ti sforzi di creare qualcosa che ti ci faccia rimanere, sulla vetta. E questo sforzo, in “Hysterical”, si vede eccome, privando però la musica dei CYHSY di quella splendida e candida istintività che tanto piaceva a tutti noi.

Valentina Lonati

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