[Classica/Post Rock] Balmorhea – Constellations (2010)

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  http://www.balmorheamusic.comhttp://westernvinyl.com/ I Balmorhea si confermano fra i più fulgidi astri nascenti del panorama musicale contemporaneo. Pochi gruppi sanno unire sensibilità differenti con la loro stessa disinvoltura, ancor meno riescono a combinarle in uno stile personalissimo e difficile da catalogare. “Constellations” esce a un solo anno di distanza da “All Is Wild, All Is Silent”,

 

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I Balmorhea si confermano fra i più fulgidi astri nascenti del panorama musicale contemporaneo. Pochi gruppi sanno unire sensibilità differenti con la loro stessa disinvoltura, ancor meno riescono a combinarle in uno stile personalissimo e difficile da catalogare. “Constellations” esce a un solo anno di distanza da “All Is Wild, All Is Silent”, e ancora una volta l’ensemble strumentale cambia punti di riferimento e disorienta l’ascoltatore. Ma si tratta di una piacevole sorpresa.

L’album precedente prediligeva tinte forti e diurne; a dominare era il blu intenso del cielo colto in una giornata d’estate, con il sole allo zenit a surriscaldare il deserto. Le composizioni avevano un che di baldanzoso, di prorompente. Questo è tutto l’opposto: per stessa ammissione della band, “Constellations” dedica le sue nove composizioni alla notte e all’inverno. Così la musica si lascia inghiottire dal buio e dalle ombre, rendendosi intima e minuta. Senza smettere, però, di meravigliare.

Il ritorno alle atmosfere intimiste di “Rivers Arms” è piuttosto evidente, ma non si tratta di un mero ripiegamento verso il passato. Il quintetto oggi mostra più consapevolezza delle proprie potenzialità, e a risaltare è soprattutto la formazione classica di Rob Lowe. Il suo pianoforte torna al centro dell’attenzione, ma in generale tutti i pezzi sono strutturati come se fossero fantasie di musica da camera contemporanea. A farne le spese è soprattutto la componente folk dei Balmorhea, oltre ad un certo affievolimento delle strutture più vicine al post rock.

Interplay è termine jazzistico, ma in questo caso torna utile per comprendere meglio un’opera del genere. Infatti, quello che rende brillanti questi brevi brani strumentali, è proprio l’equilibrio che i musicisti riescono a mantenere nel loro dialogo. “Bowsprit”, unico episodio che mostra qualche attinenza con il mood del predecessore, è un’ottima sintesi fra folk, classica e post rock, grazie al notevole interscambio fra chitarra, banjo e archi. “To The Order Of Night” e “Winter Circle” sono piccoli incisi di notturni per piano e accompagnamento appena accennato. La title – track inizia con accordi pulviscolari e si sviluppa in una melodia dalla cadenza che ricorda l’Erik Satie delle Gymnopédies. In “Steerage And The Lamp” è invece il pianismo del contemporaneo Max Richter ad essere protagonista, mentre gli archi alternano incrementi e diminuzioni d’intensità per lasciare la scena, nel finale, al solo violino. “On The Weight Of Night” è l’unica traccia accompagnata dalla batteria, con l’organo che si avvicina agli ultimi esperimenti degli Earth e il ritmo di una marcia verso il tramonto. Chiude il disco un’altra grande prova di abilità emotiva, “Palestrina”, che omaggia il maestro del polifonismo italiano con uno stridente drone di violoncello, un secco e scandito accordo di chitarra ed echi di un coro proveniente da incolmabili lontananze temporali.

Paradossalmente, per essere perfetto, “Constellations” sarebbe dovuto uscire insieme a “All Is Wild, All Is Silence”. Così avremmo potuto apprezzare meglio il dualismo dei Balmorhea; la voglia di esplorare il mondo e la realtà, e la ricerca di quiete nella tranquillità del crepuscolo. Il suo unico difetto è proprio l’essere eccessivamente monodimensionale. Rimane comunque un’ottima prova di vellutato eclettismo post – classico. Da gustarsi la sera, con un buon bicchier di vino.

Stefano Masnaghetti

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