Cloud Nothings Attack On Memory

Cloud Nothings Attack On Memory Recensione 3/5
Steve Albini, oltre ad esser stato uno dei più importanti musicisti degli ultimi trent’anni, è anche un produttore dotato del tocco di Re Mida; quasi fosse un alchimista, il più delle volte riesce nell’impresa di trasformare il ferro in oro. Avrà scoperto la pietra filosofale? Sia come sia, l’ennesima prova della sua bravura risiede nel

Steve Albini, oltre ad esser stato uno dei più importanti musicisti degli ultimi trent’anni, è anche un produttore dotato del tocco di Re Mida; quasi fosse un alchimista, il più delle volte riesce nell’impresa di trasformare il ferro in oro. Avrà scoperto la pietra filosofale? Sia come sia, l’ennesima prova della sua bravura risiede nel terzo album dei Cloud Nothings, indie rock band di Cleveland, Ohio, che sino ad ora cincischiava con il suono lo fi degli anni Novanta, tra Pavement e qualche rara reminiscenza dei Dinosaur Jr., senza peraltro cavar fuori granché. Ora invece, con Albini dietro la console, pubblica un disco di valore, che riesce nell’impresa di fondere le influenze di sempre con strutture più aggressive, che spesso e volentieri toccano il post – hardcore delle origini.

Il brano più emblematico di “Attack On Memory” è probabilmente “Wasted Days“, quasi nove minuti che rimescolano fughe strumentali free form in un calderone sonico fra Pixies, Fugazi e primi At The Drive-In; c’è dilatazione psichedelica, c’è tensione, e anche se l’impatto non è di eguale potenza rispetto a quello che erano in grado di fare i nomi appena citati, ci pensa un retrogusto post rock a insaporire la traccia, unito ad influenze di stampo Foo Fighters che sembrerebbero fuori luogo e invece s’incastrano perfettamente. Altrove, invece, il quartetto s’inabissa in atmosfere più depresse e lambenti lo slow – core, come nell’apripista “No Future No Past“, ma il risultato è comunque imponente. Peccato ci siano dei bruttissimi scivoloni che testimoniano la non completa maturità della band, e in questo senso il punk scalcinato, ultra melodico e all’acqua di rose di “Fall In” rappresenta il momento peggiore del disco. E purtroppo anche altre canzoni sono infettate da eccessive tentazioni easy listening, pregiudicando in parte la bellezza dell’opera. Detto questo, le premesse sono più che buone e il prossimo potrebbe essere l’album della svolta.

Stefano Masnaghetti


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