Comet Gain – Howl of the Lonely Crowd

Comet Gain Howl of the Lonely Crowd recensione /5
“Howl of the Lonely Crowd” è il sesto album per i Comet Gain, ormai assurti al rango di veterani della scena DIY inglese in virtù di una carriera quasi ventennale. David Feck e soci questa volta hanno ripulito per bene il loro sound, e il piglio pare meno lo-fi rispetto al passato, a partire dall’iniziale

“Howl of the Lonely Crowd” è il sesto album per i Comet Gain, ormai assurti al rango di veterani della scena DIY inglese in virtù di una carriera quasi ventennale. David Feck e soci questa volta hanno ripulito per bene il loro sound, e il piglio pare meno lo-fi rispetto al passato, a partire dall’iniziale “Clang of the Concrete Swans”. La produzione dell’ex Orange Juice Edwyn Collins e di Ryan Jarman dei Cribs libera finalmente il suono dalla patina nebulosa dei dischi precedenti, portando in evidenza le doti del combo londinese. Per il resto chi ha amato l’ultimo album “City Fallen Leaves” sa già cosa aspettarsi: melodia a fiumi, come nella bellissima ”An Arcade from the Warm Rain That Falls”, numeri acustici e qualche necessaria impennata punk.

L’album scorre via facilmente, mantenendo un ottimo livello qualitativo dall’inizio alla fine: i pezzi più tirati (“Working Circle Explosive!”, “Yoona Baines” e “Herbert Huncke Pt 2”) sono attraversati dal feedback della chitarra di Jon Slade, che conferisce ai brani un equilibrio precario, sempre sul punto di dissolversi nel caos; altrove invece la band sfrutta le due voci di Feck e di Rachel Evans per costruire energiche canzoni pop (“The weekend dreams”) e invettive distorte (“Ballad of Frankie Machine”).

Ma dove i Comet Gain brillano veramente è come al solito nei pezzi più malinconici: “She Had Daydreams” introduce un’inedita vena acustica alla Belle & Sebastian, mentre la ballata “After midnight, after it’s all gone wrong” diluisce in sei minuti lo spleen sconsolato dei Pastels. Quando la band riesce ad unire queste due anime, ecco che nascono i brani migliori, come la splendida “A memorial for nobody I know”, che unisce il parlato di Feck ad una melodia irresistibilmente pop.

L’impressione è quella che i Comet Gain abbiano finalmente realizzato un disco all’altezza della loro reputazione, e siano pronti per far parlare di sé non solo per la loro attitudine indipendente, ma finalmente anche per la musica. Ora bisogna solo sperare che questa volta anche il pubblico se ne accorga.

Giorgio Bonomi

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