Craig Finn Clear Heart Full Eyes

Craig Finn Clear Heart Full Eyes Recensione 2.5/5
Con gli Hold Steady dispensava una specie di indie rock in lotta con l’indie rock stesso; poco a che vedere con gli hipster, piuttosto un recupero del classic rock a stelle e strisce che, complice voce, tematiche ed andamento enfatico e emotivo, pendeva prepotentemente dalla parte di Bruce Springsteen. Con il suo debutto solista, Craig

Con gli Hold Steady dispensava una specie di indie rock in lotta con l’indie rock stesso; poco a che vedere con gli hipster, piuttosto un recupero del classic rock a stelle e strisce che, complice voce, tematiche ed andamento enfatico e emotivo, pendeva prepotentemente dalla parte di Bruce Springsteen. Con il suo debutto solista, Craig Finn prosegue sulla stessa strada ma smorza i toni e, come si conviene ad un’opera del genere, si rifugia in territori più intimisti, in cui l’acustico si confonde con l’elettrico, il rock con il country e il blues sbuca qua e là, soprattutto quando si tratta di sottolineare al meglio le storie che, raccattate fra le pieghe degli angoli d’America, rappresentano il cuore diClear Heart Full Eyes“. Finn è soprattutto uno storyteller, e questo lavoro lo dimostra appieno: tanto che a volte la musica, pur buona, pare cedere il passo di fronte ai testi di brani come il super springsteeniano “No Future” o la ballad “Rented Room“, che pure si chiude con una bella doratura d’organo.

Probabilmente il problema è tutto lì. Non che il Nostro non sappia scrivere un buon arrangiamento o interessanti melodie; il fatto è che questi spesso sono fin troppo impersonali, al contrario della materia narrativa che è sempre sentita e vissuta. Oltre al già citato Bruce, potrebbero avvertirsi reminiscenze di Wilco e R.E.M., solo per citare i più noti. Ma è proprio il roots rock che informa l’opera ad esser già stato utilizzato in ogni sua sfumatura mille e una volta, sino a sfibrarlo. E il cantautore ci mette poco del suo. Così “Clear Heart Full Eyes” è sì un buon disco, che piacerà sicuramente agli aficionados degli artisti sopracitati, ma non lascia il segno come avrebbe potuto farlo, invece, se solo avesse avuto degli arrangiamenti un po’ più coraggiosi.

Stefano Masnaghetti


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