Con gli Hold Steadydispensava una specie di indie rock in lotta con l’indie rock stesso; poco a che vedere con gli hipster, piuttosto un recupero del classic rock a stelle e strisce che, complice voce, tematiche ed andamento enfatico e emotivo, pendeva prepotentemente dalla parte di Bruce Springsteen. Con il suo debutto solista, Craig Finn prosegue sulla stessa strada ma smorza i toni e, come si conviene ad un’opera del genere, si rifugia in territori più intimisti, in cui l’acustico si confonde con l’elettrico, il rock con il country e il blues sbuca qua e là, soprattutto quando si tratta di sottolineare al meglio le storie che, raccattate fra le pieghe degli angoli d’America, rappresentano il cuore di “Clear Heart Full Eyes“. Finn è soprattutto uno storyteller, e questo lavoro lo dimostra appieno: tanto che a volte la musica, pur buona, pare cedere il passo di fronte ai testi di brani come il super springsteeniano “No Future” o la ballad “Rented Room“, che pure si chiude con una bella doratura d’organo.
Probabilmente il problema è tutto lì. Non che il Nostro non sappia scrivere un buon arrangiamento o interessanti melodie; il fatto è che questi spesso sono fin troppo impersonali, al contrario della materia narrativa che è sempre sentita e vissuta. Oltre al già citato Bruce, potrebbero avvertirsi reminiscenze di Wilco e R.E.M., solo per citare i più noti. Ma è proprio il roots rock che informa l’opera ad esser già stato utilizzato in ogni sua sfumatura mille e una volta, sino a sfibrarlo. E il cantautore ci mette poco del suo. Così “Clear Heart Full Eyes” è sì un buon disco, che piacerà sicuramente agli aficionados degli artisti sopracitati, ma non lascia il segno come avrebbe potuto farlo, invece, se solo avesse avuto degli arrangiamenti un po’ più coraggiosi.