Fast Animals And Slow Kids – Alaska

fast-animals-and-slow-kids-alaska-recensione 4/5
Un album che a dispetto del titolo è tutt’altro che freddo, sospeso tra malinconia e rabbia.

Ho provato un sacco di volte a fare il gioco di associare un’idea ad un’immagine e devo dire che, in genere, mi riesce abbastanza bene. Dico in genere perché questo è un caso diverso, una cosa che non ti riesci ad immaginare. Per fare un paragone, dovresti trovare qualcosa che sia a metà fra un’opera lirica e una sassata in faccia. Perché questo è Alaska, e forse qualcosa in più.

L’ultimo lavoro dei “Fast Animals And Slow Kids” non è solo il naturale proseguimento delle promesse di “Hybris” ma è anche la Coca-Cola con ingrediente segreto di quel filone di musica che ha come capostipite gente del calibro de I Ministri unita a retaggi un po’ emo a la Fine Before You Came. E non si tratta del solito trucco di svecchiare carte già rimescolate, voglio che questo sia chiaro. Perché c’è qualcosa di genuino in quello che questi ragazzi ci stanno offrendo.
Basta immergersi un secondo nella sezione corale di “Ouverture”, il brano di apertura, per averne subito quell’idea che in “Hybris” era embrionale ma mancava. I chitarroni che ci mancano tanto nei primi quattro minuti del disco entrano come una certezza a partire dal secondo brano, “Il Mare Davanti”, e ci abbandonano solo ne “Il Vincente”, unica parentesi acustica del concerto. E’ proprio in questo frangente che si scopre tutta la forza del disco: anche senza la sua parte dura, riesce ad arrivare esattamente dove vuole grazie ad una serie di pugnalate al cuore che le immagini nei testi ci regalano.

Quest’atmosfera di malinconia e rabbia latenti si respira anche negli altri brani, sottolineata da una parte strumentale che non cozza mai con il contesto. E questo è molto evidente in pezzi come “Te Lo Prometto” e “Odio Suonare”, dove la musica si adatta camaleontica a quello che la voce dice e trasmette.
A dispetto di quello che Aimone dice nella chiusura di “Il Mare Davanti” (“Non c’è più speranza”, ad libitum), Alaska è un positivo viaggio della speranza, un’Odissea di un gruppo che, col suo romanzo di formazione, sta diventando l’Ulisse di casa nostra. E ce ne parla passo per passo, con tutti i sentimenti contrastanti del caso ma anche la consapevolezza di avere qualcosa fra le mani.
Il risultato è un album che a dispetto del titolo è tutt’altro che freddo. Parafrasando i Velvet Undreground, NON “fa così freddo in Alaska”, non in questo caso.


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