Firebird – Double Diamond

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Bill Steer non molla di un millimetro. Evidentemente la dimensione musicale in cui si trova adesso è quella che più lo soddisfa, e, trovato nel batterista Ludwig Witt una validissima spalla a livello di songwriting, torna nuovamente in pista con i suoi Firebird, qui al loro sesto album. La forma è sempre la stessa, power

Bill Steer non molla di un millimetro. Evidentemente la dimensione musicale in cui si trova adesso è quella che più lo soddisfa, e, trovato nel batterista Ludwig Witt una validissima spalla a livello di songwriting, torna nuovamente in pista con i suoi Firebird, qui al loro sesto album. La forma è sempre la stessa, power – trio anni Sessanta, anche se il bassista è nuovamente cambiato, ora c’è Greyum May al posto del dimissionario Smoczkiewicz. La sostanza, manco a dirlo, è la medesima: rock classico ad amplificazione valvolare.

L’unico problema è la pesante eredità del predecessore, lo stupendo “Grand Union” (2009), con il quale “Double Diamond” è obbligato a fare i conti. E i favori pendono tutti dalla parte del primo, picco massimo raggiunto dalla band, al cui confronto il nuovo album appare addirittura un lavoro mediocre. In realtà la qualità c’è anche questa volta, solo le idee sono presenti in minor numero e molte di esse appaiono piuttosto scontate.

Probabilmente anche Steer e soci erano consci dello scomodo paragone, così hanno pensato di variare leggermente la loro proposta e, diminuendo la componente blues, hanno lievemente appesantito i suoni e virato verso l’hard rock. Laddove “Grand Union” puntava su Cream, Jimi Hendrix e simili, “Double Diamond” sposta l’asse verso Deep Purpe e Led Zeppelin, con alcuni tocchi in direzione Thin Lizzy. Si tratta di leggerissime oscillazioni all’interno di uno stile consolidato, ma vale la pena segnalarle. A livello di riff e di struttura le nuove dieci canzoni ricordano molto quelle contenute nel secondo LP, “Deluxe” (2001), con l’eccezione di “Arabesque”, unica vera sorpresa del disco, brano lento e quasi doom che potrebbe ricordare persino i Candlemass. Il resto scorre invece senza particolari sussulti, e grazie al loro mestiere i Firebird rendono comunque sufficientemente interessanti episodi piuttosto ordinari.

Un calo era prevedibile, e così è stato. I fanatici del classic rock troveranno comunque piacevole l’ascolto dell’opera, e un paio di episodi più gagliardi degli altri come “A Wing & A Prayer” e la conclusiva “Pantomime” risollevano le quotazioni oltre la sufficienza, ma se volete il meglio del gruppo cercate altrove.

Stefano Masnaghetti

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