[Folk Rock] Robyn Hitchcock & The Venus 3 – Propellor Time (2010)

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http://www.robynhitchcock.com/http://www.myspace.com/sartorialrecords “Propellor Time” è uscito da un po’ di tempo, e di esso si sanno ormai molte cose: che non è realmente il terzo disco scaturito dalla collaborazione fra Robyn e i Venus, perché le registrazioni risalgono al 2006, ovvero all’anno di pubblicazione di “Olé! Tarantula”, ben prima che “Goodnight Oslo” venisse anche solo pensato;


http://www.robynhitchcock.com/
http://www.myspace.com/sartorialrecords

“Propellor Time” è uscito da un po’ di tempo, e di esso si sanno ormai molte cose: che non è realmente il terzo disco scaturito dalla collaborazione fra Robyn e i Venus, perché le registrazioni risalgono al 2006, ovvero all’anno di pubblicazione di “Olé! Tarantula”, ben prima che “Goodnight Oslo” venisse anche solo pensato; che la formazione è sempre la stessa, l’ex discepolo spirituale di Syd Barrett più Peter Buck, Bill Rieflin e Scott McCaughey; che gli ospiti sono tanti e illustri, e fra loro spiccano John Paul Jones e Johnny Marr (ma su “Sickie Boy” è Hitchcock stesso a presentarli).

Elencare questi dati è facile. Molto più impegnativo è capire dove uno degli ultimi geni della melodia acida e trasognata, quella che colorò i cieli inglesi di più di quarant’anni fa e che da lui fu riportata in vita, sia voluto andare a parare con questo album. Si possono fare mille congetture diverse, ma capirne l’essenza è pressoché impossibile. È un po’ il problema di tutta la sua produzione artistica, sfuggente e mai totalmente compiuta, in grado di stimolare dubbi e domande, ma sempre reticente riguardo alle risposte.

Probabilmente “Propellor Time” ci racconta di un Robyn mai rilassato come adesso. Dei tre lavori insieme ai Venus, questo è il più classico e asciutto. La psichedelia è come se fosse evaporata, per lasciar spazio a un folk rock dai tratti senili (e in questo caso è un complimento) che più che a Barrett guarda a Dylan. In mezzo a dieci brani, spunta solo una pralina dolcemente lisergica, la stralunata “John In The Air”; per il resto troviamo la strettamente dylaniana “Born On The Wind”, con armonica d’ordinanza, il Dylan risuonato dai R.E.M. di “The Afterlight”, le sfumature country di “Luckiness”, l’introversione della title – track, le pulsioni epiche della ballad “Primitive”. Tutto profuma parecchio di America e di praterie, salvo i tocchi british di “Ordinary Millionaire” (scritta e suonata da Johnny Marr, e sì, qualcosa degli Smiths traspare) e della svelta “Sickie Boy”.

Più che a un disco, “Propellor Time” assomiglia a un vecchio armadio rimasto per anni in solaio. Non lo apri da tantissimo tempo, ma se ti capita di farci caso e di esserne incuriosito, puoi persino trovare il suo contenuto molto più interessante di quello che c’è là fuori.

Di certo questo non è il capolavoro di Robyn Hitchcock, i tempi nei quali una febbrile creatività metteva a ferro e fuoco la sua mente ipersensibile sono passati da un pezzo. Ora lui è un signore più vicino ai sessanta che ai cinquanta, ha messo la testa a posto (?) e si diverte con musiche antiquate. Ma ogni canzone che scrive è sempre un bellissimo regalo per tutti quelli che lo amano.

Stefano Masnaghetti

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