[Folk/Soul] Langhorne Slim – Be Set Free (2009)

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  Back In The Wild – Say Yes – I Love You, But Goodbye – Land Of Dreams – Cinderella – Be Set Free – For A Little While – Sunday By The Sea – Leaving My Love – Yer Wrong – Blown Your Mind – So Glad That I’m Coming Home – Boots Boy

 

Back In The Wild – Say Yes – I Love You, But Goodbye – Land Of Dreams – Cinderella – Be Set Free – For A Little While – Sunday By The Sea – Leaving My Love – Yer Wrong – Blown Your Mind – So Glad That I’m Coming Home – Boots Boy

www.myspace.com/langhorneslim
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Per tutti quelli a cui mancano Cat Stevens ed il suo “Tea For The Tillerman”, ecco che arriva, a fine 2009,  “Be Set Free” di Langhorne Slim: uno sguardo moderno al folk anni settanta che, se da una parte rimane molto ancorato alle radici, dall’altra intraprende la via degli arrangiamenti trionfali tanto cari a molti musicisti di questo genere, al Sufjan Stevens del periodo di “Illinoise”, giusto per citare un esempio.
 
Dalla sua, Langhorne Slim ha una backing band dalle capacità ottime, tanti spunti melodici per nulla scontati ed una voce che, almeno in potenza, può fare di tutto: “Be Set Free” consta di tredici canzoni unite dalla stessa atmosfera profetica ad occhi lucidi, di tredici Gospel nel senso più spirituale del termine, che gioiscono con noi della bellezza del mondo e dell’amore e si struggono per la mancanza degli stessi con una forza che solo il soul può avere e trasmettere altrettanto direttamente.
Per tutte le altre sfumature dell’animo umano c’è poco spazio, se vogliamo escludere la divertente “Cinderella”, ironico delirio di onnipotenza di un amante che se la canta e se la suona da solo, e “Back To The Wild”, sentito inno al primitivismo dell’infanzia, traccia di apertura ed allo stesso tempo culmine di tutto l’album.
Il problema di “Be Set Free” è che il respiro orchestrale dei brani funziona solo per le prime due o tre tracce, per poi appiattirsi nella noia del già sentito, facendoci invocare un album in cui le qualità indubbie di questo musicista non siano offuscate dalla voglia di strafare, magari un album acustico: un Be Set Free “nudo” così come nudo era “Let It Be” dei Beatles prima che Phil Spector ci mettesse le mani, ché questa è un po’ la sensazione che si ha per tutto il tempo, “bello sì, ma vuoto forse sarebbe stato meglio”.

Immaginate come sarebbe potuta essere “For A Little While” senza le tastiere pompose che irrompono a metà brano, o senza quel coro da musical di Broadway. Sentite com’è bella “Blow Your Mind”, spoglia del clamore delle canzoni che la circondano: vi troverete a chiedere a Langhorne Slim di suonare solo chitarre acustiche, nonostante la bellezza e la potenza di canzoni come “So Glad That I’m Coming Home” e “Say Yes”, che fanno proprio della pienezza di suono il loro punto di forza.
Non ci resta che aspettare che all’artista torni la voglia di suonare da solo; non ci resta che aspettarlo al varco di un live, per poter apprezzare i pezzi vestiti degli scarni e ruvidi abiti che necessariamente vanno indossati su di un palco.

Francesca Stella Riva

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