[Garage Rock] Black Box Revelation – Silver Threats (2010)

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http://www.blackboxrevelation.com/wordpress/http://www.pias.com/ Aspettavo con molta curiosità la nuova prova discografica dei due ragazzini belgi. “Set Your Head On Fire” era stato davvero un bel debutto, quel genere di garage sulla scia di White Stripes, Black Rebel Motorcycle Club e Stokes che si premura di non perdere di vista la ‘coolness’ contemporanea, mentre armeggia con vecchi amplificatori


http://www.blackboxrevelation.com/wordpress/
http://www.pias.com/

Aspettavo con molta curiosità la nuova prova discografica dei due ragazzini belgi. “Set Your Head On Fire” era stato davvero un bel debutto, quel genere di garage sulla scia di White Stripes, Black Rebel Motorcycle Club e Stokes che si premura di non perdere di vista la ‘coolness’ contemporanea, mentre armeggia con vecchi amplificatori valvolari, chitarre fuzzate e scarni accordi blues. Per molti, forse, un po’ troppo fighetto, e certo Oblivians, Gories e gentaglia simile erano un’altra cosa, tralasciando i capostipiti del genere. Eppure il neo – garage si sta dimostrando duro a morire, segno che non stiamo parlando di una semplice moda passeggera, bensì di qualcosa di più corposo, che al di sotto delle pose di rito nasconde pepite preziose. Basta saper ascoltare e non fermarsi alle apparenze.

“Silver Threats” mette in chiaro tutto questo, e al contempo sottolinea i progressi compiuti dalla band. Che in undici canzoni allarga i propri orizzonti e, soprattutto, analizza meglio il suono degli antenati sui quali basa la propria arte. Suono non molto cambiato rispetto all’esordio, ma dal quale emergono più compiutamente i particolari e ciò che i Black Box Revelation vogliono veramente essere. Ossia, un gruppo garage in tutto e per tutto, dal suono sporco, aggressivo e svalvolato. Decisi a premere il piede sull’acceleratore e a non farsi impaurire dal voltaggio e dal fracasso delle distorsioni.

Molti gli episodi brillanti, alcuni dei quali traggono la loro linfa da un ruvido blues imbastardito con stoner e psichedelia. S’inizia con il riffaccio bluesy di “High On A Wire”, numero che unisce orecchiabilità e preziosismo sonoro (con tanto di organo hammond), e si finisce impelagandosi nel delirio acido di “Here Comes The Kick”, nove minuti d’immersione lisergica fra canyon e sole battente. Nel mezzo, il noir di “Where Has All This Mess Begun”, post – stoner che odora di Queens Of The Stone Age, le irriverenze di “Run Wild”, gli Stones di “Exile On Main Street” che rivivono in “5 O’ Clock Turn Back Time”, il garage d’alta scuola di “Do I Know You”, fra Black Keys e White Stripes (ma l’assolo di chitarra è lercio quasi quanto uno dei Mudhoney). Solo per citare i momenti irrinunciabili, ma a parte un paio di filler (“Love Licks” e “You Got Me On My Knees” paiono stranamente spompe) “Silver Threats” non presenta brani veramente sottotono.

Chi cercava conferme da parte di Jan e Dries è stato ampiamente accontentato, compreso il sottoscritto.

Stefano Masnaghetti

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