Deadpeach – 2

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I Deadpeach li conobbi quasi cinque anni fa. Era appena uscito “Psycle” (2006), loro primo album, e facevano da spalla agli Ufomammut al Cox 18 di Milano. Prima d’allora non avevo mai sentito una nota del trio, ma il loro garage rock intriso di fuzz fatto come Dio comanda mi convinse subito, tant’è vero che

I Deadpeach li conobbi quasi cinque anni fa. Era appena uscito “Psycle” (2006), loro primo album, e facevano da spalla agli Ufomammut al Cox 18 di Milano. Prima d’allora non avevo mai sentito una nota del trio, ma il loro garage rock intriso di fuzz fatto come Dio comanda mi convinse subito, tant’è vero che dopo il concerto comprai anche il disco. Una pecca ce l’avevano: cantavano in inglese, e la pronuncia non era delle migliori; chissenefrega, la musica era buona e tanto bastava.

Mi fa piacere risentir parlare di loro dopo tutto questo tempo. Fisicamente i Deadpeach sono sempre gli stessi, ma nel frattempo il loro suono si è espanso sino a toccare dimensioni precedentemente appena accennate, tanto che “2” potrebbe davvero rappresentare un lavoro fondamentale per la loro carriera, una svolta. Anche perché ora cantano solo in italiano. Un cambiamento non da poco, che probabilmente ha aiutato la band a sviluppare uno stile più personale, per quanto possa esserlo il loro incessante scavare nella tradizione garage, hard, space e psichedelica dei Sessanta/Settanta, attualizzata però da qualche sconfinamento in campo stoner.

Sia come sia, i punti di forza di “2” sono parecchi: “Cameriere” è un bell’hard – blues fra Blue Cheer e Led Zeppelin, i cui vortici psichedelici fanno persino pensare ai Monster Magnet, mentre “Universo 7” apre con un riff alla Black Sabbath e successivamente si getta in un gorgo acid fuzz che mostra anche qualche connessione con il progressive. Parecchi spunti progressivi sono presenti anche nel capolavoro del disco, ossia “Il Mattino”, più di nove minuti introdotti da fluttuazioni psych – space che abitano i mondi di Grateful Dead, Pink Floyd, Hawkwind e Amon Duul II; ma progressivamente la nebbiolina acida si dirada, e il pezzo muta in una jam guidata da flauto e chitarra che potrebbe servir da commento a un cosiddetto b – movie italiano degli anni Settanta (chiari anche i riferimenti ai Jethro Tull). Da segnalare anche il lento stoner in chiave Nebula di “Nel Bosco” e il bell’esempio di raga – rock strumentale di “Bombay”, che chiude degnamente l’opera.

Ragguardevole è soprattutto il grado di virtuosismo raggiunto dai Deadpeach nell’uso di fuzz tone ed effettistica varia; è il gruppo stesso, infatti, che tiene a precisare che gli effetti ‘space’ presenti in “2” non sono stati ottenuti con tastiere e sintetizzatori, bensì con l’ausilio dei soli pedali, in particolare dello stompboxes (fuzz delay phaser). Qualche problema di metrica, presente in special modo in “Universo 7” (d’altronde non è facile cambiare l’idioma nel quale si canta), non impedisce a quest’uscita di segnalarsi fra quelle più interessanti dell’anno appena iniziato. Chapeau.

Stefano Masnaghetti

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