[Hard Rock] Guilt Machine – On This …

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  [Hard Rock] Guilt Machine – On This Pefect Day (2009) Twisted Coil – Leland Street – Green and Cream – Season of Denial – Over – Perfection? (10:46) http://www.myspace.com/guiltmachinehttp://www.mascotrecords.com/Guilt Machine è il nuovo progetto di Arjen Anthony Lucassen, più noto come Ayreon. Il polistrumentista olandese aveva annunciato urbi et orbi un disco oscuro, pesante,

 

[Hard Rock] Guilt Machine – On This Pefect Day (2009)

Twisted Coil – Leland Street – Green and Cream – Season of Denial – Over – Perfection? (10:46)

http://www.myspace.com/guiltmachine
http://www.mascotrecords.com/

Guilt Machine è il nuovo progetto di Arjen Anthony Lucassen, più noto come Ayreon. Il polistrumentista olandese aveva annunciato urbi et orbi un disco oscuro, pesante, assolutamente diverso da quanto proposto in passato.

La promessa è stata mantenuta solo in (piccola) parte. Guilt Machine è sicuramente un album molto più “terreno” di quanto composto fino ad oggi da Lucassen, questo vale sia per l’approccio musicale (con l’eccezione di alcune linee di sintetizzatore piuttosto evitabili) che per i testi (scritti dalla chitarrista Lori Linstruth), sicuramente lontano dai fantanerdismi solitamente al centro di quanto proposto fino ad oggi.

Purtroppo, come in passato, il “già sentito” è dietro l’angolo anche se l’utilizzo di musicisti diversi dal solito permette di evitare la catastrofe. Dopo un disco con 17 cantanti, Arjen aveva bisogno di concentrarsi su una sola voce e ha deciso di optare per lo sconosciuto Jasper Steverlinck. La voce di Jasper è preparata e decisamente duttile ma con una timbrica non così incisiva e personale da costituire un valore aggiunto. A tratti potrebbe ricordare Damian Wilson, a tratti Freddie Mercury (ho detto “a tratti”), ma lui insiste ad ispirarsi a Matt Bellamy dei Muse. Questo sicuramente fa del bene al disco, le linee vocali tendono infatti ad evitare, non sempre con successo, i cliché di Lucassen.

Il disco, pur privo di difetti formali, soffre di un’eccessiva e spesso inutile lunghezza dei brani e soprattutto è funestato dagli interventi vocali di Lucassen  stesso che, con la sua vocina da hippie, tende un po’ ad uccidere l’atmosfera altrimenti tendente al plumbeo del disco.

Acquisto consigliato agli amanti del rock duro melodico e ai fan di Lucassen. Gli altri possono tranquillamente passare oltre.

Stefano Di Noi
 

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