[Hard, Rock, Progressive] Year in review (2006)

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Anno piuttosto fortunato, qualche grosso ritorno e una seria di dischi davvero godibili per gli appassionati ai hard e aor, conditi da una buona dose di inventive culminata in release di valore nell’ambito progressive rock. Partiamo togliendoci subito il dente che fa male: “Revolutions Per Minute” degli Skid Row sembra una registrazione di due ore di

Anno piuttosto fortunato, qualche grosso ritorno e una seria di dischi davvero godibili per gli appassionati ai hard e aor, conditi da una buona dose di inventive culminata in release di valore nell’ambito progressive rock.

Partiamo togliendoci subito il dente che fa male: “Revolutions Per Minute” degli Skid Row sembra una registrazione di due ore di sala prove con gli amici, un po’ di punk, un po’ di country, qualcosa ancora di rock e bom fatto un disco. Il fatto che un disco venga stroncato un po’ ovunque non significa che sia necessariamente uno schifo di disco: in questo caso però è così. Peccato.
Parlando di gruppi in difficoltà che però sfornano buoni dischi andiamo a divagare un secondo in un limbo che oscilla tra la sezione ‘good vibe’ e la ‘heavy zone’, presentando rapidamente il nuovo “Still” dei Wolverine, gruppo progressive rock (rock sì, molto più che metal) giunto al terzo lavoro da studio. I problemi interni alla line-up che la band sta affrontando proprio negli ultimi mesi, non hanno influenzato la buona riuscita di un disco ben suonato e poco immediato. Un lavoro che cresce con gli ascolti e conferma i Wolverine come gruppo da tenere in considerazione per il futuro. Parlando di tristezza, attiriamoci le ire (probabilmente) di qualche redattore, piazzando in questa sezione il nuovo KatatoniaThe great cold distance“. Le influenze di A Perfect Circle e Tool si fanno sentire e vengono ben utilizzate nell’affresco compositivo di questa nuova fatica, che inganna con un inizio piuttosto metallico, per poi immergersi in atmosfere molto depresse e impenetrabili col passare delle tracce. Molti hanno gridato al miracolo, noi preferiamo essere più cauti e vederci chiaro in un album che è buono ma inferiore e meno sentito di “Viva Emptiness”.
Torniamo in carreggiata con il nuovo lavoro solista di Jorn LandeThe Duke“. Il singer norvegese, torna a dedicarsi al progetto Jorn dopo essersi divertito non poco a lottare con Russel Allen in “The Battle”. Ottimo hard rock di qualità e incursioni in campo metal qua e là. Leggermente più veloce del precedente “Out to every nation”, è una conferma della qualità che permea tutti i dischi del cantante, che difficilmente lascia delusi fans e semplici ascoltatori.
Si salta di palo in frasca accostando Jorn ai Danko Jones, l’onestà presente nei lavori dei due nomi però è innegabile, ecco come tra il rock del primo e l’hard rock fatto di sudore e passione dei secondi il passo è in questo senso breve. Davvero una bella iniezione d’energia “Sleep Is The Enemy“, musica solida senza fronzoli, Jones ha centrato il bersaglio dopo diversi anni di gavetta e il successo di pubblico e critica è più che meritato.
Parliamo sempre di rock con i D.A.D. che dopo il successo dello studio album del 2005 (arrivato dalle nostre parti nel 2006 però), pubblicano “Scare Yourself live“, cavalcando l’onda positiva ottenuta con “Scare Yourself”. L’album è divertente e regala momenti davvero elettrici, è già stato pubblicato in Scandinavia e dovrebbe a breve arrivare anche nel resto d’ Europa. Ottima uscita anche per i Waltari, che come il vino buono migliorano con l’eta’ e escono con “Blood Sample“, doppio album (ma piazzato su un CD solo pieno pieno, troppo avanti!) in cui rivisitano in chiave metal quasi tutti i generi, dal pop all’hip hop alla techno, senza forzature, sempre a loro agio a giocare e inventare la materia musicale…chapeau!
Interessantissimo il debutto dei The Answer, che con “Rise” ci catapultano indietro di trent’anni con rimandi ledzeppeliniani di tutto rispetto. Anche Bon Scott apprezzerà alcuni passaggi di un disco che, se non si fosse ancora capito, è da ascoltare. Invocando l’anima degli Ac/Dc segnaliamo il valido “And Then It Got Ugly” dei Rhino Bucket, disco pieno di 4/4 vecchio modello e dannatamente coinvolgente dall’inizio alla fine.

Passiamo ora all’aor o comunque a un rock melodico che ha vissuto nel 2006 momenti d’oro.
I Winger, di Kip Winger, hanno pubblicato un signor album dal nome “IV“, che riporta sulle scene uno dei tanti (troppi?) nomi che sono stati accantonati troppo presto quando nei primi anni novanta l’aor è stato dimenticato in favore delle nuove tendenze. Ottimo anche il ritorno dei ben più noti Toto (almeno presso il grande pubblico), con “Falling In Between“, album che non ha nessuna logica commerciale e contiene al proprio interno rock, pop, funky e molto altro, il tutto ben miscelato in un disco che scorre dall’inizio alla fine. Una bella lezione di musica da una band che ha detto tutto da tempo ma che non ha perso la voglia di fare buona musica. Un altro ritorno è stato quello dei Survivor, che sono usciti da un letargo di 18 anni con “Reach“. Jimi Jamison ha riunito intorno a sé la line-up dei tempi d’oro, eccezion fatta per Jim Peterik, e ha prodotto un disco ispirato e promettente, benché non un platter che possa far gridare al miracolo.
La Frontiers è coinvolta anche in “Brother’s Keeper“, album dei Fair Warning, gruppo hard tedesco, che a 6 anni dall’ultimo lavoro, si riunisce e comprime in un disco tutte le fasi che hanno caratterizzato il passato della band. Ben suonato e prodotto alla grande, l’album vede una fantastica prestazione del singer Tommy Heart e in generale di un affiatamento ritrovato in pochi mesi. Interessanti anche due progetti come “Sunstorm“, che fa capo a Joe Lynn Turner, e “SlamerNowhere Land“, guidato dal chitarrista Mike Slamer: entrambi meritano un’ascoltata.
Nuova produzione anche per i Saga, prog band canadese che torna sul mercato con “Trust“, album guidato dall’ugola sapiente di Michael Sadler. I Saga sono un gruppo che ha già vissuto gli anni migliori, ma la capacità di suonare ad alti livelli non si perde certo, ecco quindi che il lavoro in questione è di qualità come i predecessori, manca forse quell’imprevedibilità di un tempo, ma non possiamo chiederla ancora a un gruppo che ha già venduto oltre 30 milioni di dischi! L’attivissima Inside Out, propone anche il nuovo, omonimo, degli Spock’s Beard, gruppo che deve vincere ancora lo scetticismo di molti che segue l’abbandono del fondatore Neal Morse. Eppure Dave Meros e soci ce la mettono tutta e, dopo il buon “Octane”, confezionano un album non proprio immediato, ma che entra in circolo dopo qualche ascolto.
Parlando di progressive è impossibile concludere senza citare “Silence“, nuovo disco degli A.C.T.. Una band misteriosa e poco conosciuta che ha fatto rumore con questa release. Entusiastici i commenti della critica per un album che inizialmente lascia interdetti, ma già agli ascolti successivi diverte, coinvolge e convince dell’incredibile abilità dei musicisti che stanno dietro al monicker Act. Consigliato.

P.N. & J³

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