HIM Tears On Tape

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Allora mettiamo subito le cose in chiaro: non è che si criticano gli HIM per invidia. Tipo perché sei un maschio sfigato invidioso dei bei finlandesi, che non accetta il loro successo tra le ragazze etc etc. Si criticano perché non azzeccano più un pezzo da dieci anni. Oh, vanno benissimo i singhiozzi e le

Allora mettiamo subito le cose in chiaro: non è che si criticano gli HIM per invidia. Tipo perché sei un maschio sfigato invidioso dei bei finlandesi, che non accetta il loro successo tra le ragazze etc etc. Si criticano perché non azzeccano più un pezzo da dieci anni. Oh, vanno benissimo i singhiozzi e le ansimate di Ville Valo: sono il marchio di fabbrica della band, prendere o lasciare, fanno il suo personaggio. Il punto è che la band non riesce ad accettare la propria sessualità: sono una band pop, non metal. Infatti il meglio l’hanno tirato fuori tra Razorblade Romance (1999) e il poppettissimo Deep Shadows And Brilliant Highlights (2001). Dopo è arrivato il tracollo, fino ai pesanti (no, non nel senso pensante ‘buono’) Venus Doom e Screamworks.

Nell’ultimo Tears On Tape c’è un minimo ritorno di forma, con qualche ritornello più ispirato ma niente, ma proprio niente, che venga fuori dal fantomatico lato ‘heavy’ della band.  La title track è una canzone di Sheryl Crow truccata, per dire. Ogni volta che un incipit sembra pestare a dovere (tipo “All Lips Go Blue”, “Into The Night” o “Hearts At War”), è solo un barbatrucco per le orecchiabili menate melodiche cantate da Valo. Si riesce a trovare qualcosa di interessante nell’incedere lento e soffocante di “W.L.S.T.D.” ma è troppo poco, troppo tardi. Noia.

Marco Brambilla

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