Incubus – If Not Now, When?

Incubus If Not Now When Recensione 3/5
Finalmente il nuovo album. Il settimo, in studio, per gli Incubus. Dopo “Light Grenades”, pubblicato nell’ormai lontano 2006, la band si era concessa una pausa di quasi cinque anni. Un congedo voluto dai singoli componenti per recuperare energie, dedicarsi a interessi personali e a progetti solisti (come nel caso del frontman Brandon Boyd) e che

Finalmente il nuovo album. Il settimo, in studio, per gli Incubus. Dopo “Light Grenades”, pubblicato nell’ormai lontano 2006, la band si era concessa una pausa di quasi cinque anni. Un congedo voluto dai singoli componenti per recuperare energie, dedicarsi a interessi personali e a progetti solisti (come nel caso del frontman Brandon Boyd) e che ha permesso, soprattutto, il ritorno in studio con una creazione non proprio in linea con il passato. Questo “If Not Now, When?” suona un po’ come la consapevolezza del giusto momento per tornare sulle scene con qualcosa di nuovo. Un carpe diem, ecco. Ed è proprio quello che emerge già dal primo ascolto.

La band lascia molto più spazio a melodie, spesso acustiche e dal sapore malinconico, mettendo da parte quelle sonorità più decise che avevano arricchito gli album precedenti. Come lo stesso “Light Grenades”. Un netto cambio di rotta, di genere, che avrà sicuramente più presa su chi, finora, ha saputo apprezzare l’anima melodica del gruppo.

Già a partire dalle prime tracce, la title – track , “Promises, Promises”, “Friends and Lovers” e “Thieves”, è un susseguirsi di ballad che mettono soprattutto in risalto le doti vocali di Boyd. Un primo “scossone”, invece, arriva solo a metà dell’ascolto con “Isadore”, per poi tornare su quel filone soft riproposto in “The Original” e nei primi minuti, su sette, di “In the Company of Wolves” che si rivelerà poi come un percorso musicalmente più articolato, distaccandosi dal resto del lavoro.

“Switchblade”, soprattutto, e “Adolescents” (singolo che ha anticipato l’uscita del nuovo lavoro) accendono il disco e ricordano i ritmi più graffianti del passato, mentre il finale,”Tomorrow’s food”, va a confermare la nuova veste più cupa e “sentimentale” della band statunitense. È proprio quel «Qualcosa di nuovo», insomma, che lo stesso Boyd iniziava a percepire durante la registrazione delle prime tracce e che poi si sarebbe espresso, pienamente, in un album più raffinato, oscuro e impegnato rispetto produzione precedente.

Riccardo Rapezzi

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