[Indie Rock] Gaben – Cane (2010)

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http://www.myspace.com/gabencanehttp://www.benkarecords.com/ Disco d’esordio per Gaben, nome d’arte dietro al quale si cela il musicista Alessandro Gabini, classe 1976. Non un ragazzino, quindi. Infatti, prima di pubblicare “Cane” e iniziare l’avventura solista, Alessandro ha fatto molto altro, non solo in ambito musicale: da sempre si dedica alle arti visive, ha registrato e suonato dal vivo per


http://www.myspace.com/gabencane
http://www.benkarecords.com/

Disco d’esordio per Gaben, nome d’arte dietro al quale si cela il musicista Alessandro Gabini, classe 1976. Non un ragazzino, quindi. Infatti, prima di pubblicare “Cane” e iniziare l’avventura solista, Alessandro ha fatto molto altro, non solo in ambito musicale: da sempre si dedica alle arti visive, ha registrato e suonato dal vivo per Viola (il gruppo di Violante Placido) e negli anni Novanta è stato bassista per i Giuliodorme.

Per comprendere i 32 minuti di musica contenuta in “Cane” è necessario riallacciarsi idealmente proprio a quel decennio, fondamentale per la crescita dell’artista di cui si sta disquisendo, che in quegli anni divideva la sua vita fra skate e video musicali dei più disparati generi, dall’hip – hop dei Beastie Boys all’hard rock degli AC/DC. Anche se è evidente che i suoni che più l’hanno colpito sono quelli del grunge (Nirvana), dell’hardcore (Fugazi) e del lo – fi in salsa alternative (Pavement). Per la verità le affinità con il gruppo di Ian MacKaye sono lievi e sporadiche: qualche digressione chitarristica e poco altro. Il più lo fanno certe oblique atmosfere tra lo svogliato e il trasognato che sono davvero contigue all’estro di Stephen Malkmus, più alcune sporche melodie modellate su quelle di “Nevermind”.

La decisione di cantare esclusivamente in italiano e un approccio più cantautorale tengono comunque a debita distanza le influenze di cui sopra, e una certa estetica ‘slacker’ viene declinata con sensibilità più affine al contesto provinciale in cui Gaben si trova a vivere. In questo caso il riferimento maggiore è Bugo, e terribilmente bughesche sono le canzoni migliori: l’energica “Quello che ti sembra”, ritornello da manuale dell’indie contemporaneo e coda finale simil garage, e “Motivetto”, svagata e giovanilisticamente esistenzialista. I testi, talmente semplici ed arruffati da non essere quasi mai banali, rappresentano un ulteriore pregio di un album che, nel suo essere autenticamente scazzato e saldo coi piedi per terra, risulta un’opera prima di tutto rispetto, e fa ben sperare per la carriera solista del cantautore abruzzese.

Stefano Masnaghetti

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