[Indie Rock] The National – High Violets (2010)

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http://www.myspace.com/thenationalhttp://www.4ad.com/ Dopo un album come “The Boxer”, diventato fin da subito oscuro manifesto dell´indie rock contemporaneo, venne spontaneo chiedersi come i The National si sarebbero rapportati a tanto clamore nel concepire i seguenti lavori. L´impeccabile sintonia simbiotica tra la tensione emotiva dei suoi testi, cupi e tormentati, e gli arrangiamenti melodici, avevano reso l´album un


http://www.myspace.com/thenational
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Dopo un album come “The Boxer”, diventato fin da subito oscuro manifesto dell´indie rock contemporaneo, venne spontaneo chiedersi come i The National si sarebbero rapportati a tanto clamore nel concepire i seguenti lavori. L´impeccabile sintonia simbiotica tra la tensione emotiva dei suoi testi, cupi e tormentati, e gli arrangiamenti melodici, avevano reso l´album un vero capolavoro nel suo genere.

“High Violets” viene quindi a trovarsi nella più scomoda delle posizioni: costantemente accostato all’eccellenza melodica e lirica del suo antecedente, non può che uscirne svantaggiato, perdente.

Ma i The National sembrano comunque non farci troppo caso, accettando di buon grado i continui, inevitabili raffronti con l´ingombrante passato. Difficile scrollarsi di dosso la tendenza a creare piccole storie di sofferenza metropolitana, toccanti nella loro veritiera rappresentazione, che questa volta però si alternano a brevi squarci di distensione emozionale.

L´album si apre col singolo “Terrible Love”,  maestoso crescendo di intensità in cui le chitarre, questa volta sporcate a dovere, e la batteria via via sempre più tachicardica dipingono i tratti di una struggente e nevrotica ballata moderna. Più riflessiva invece “Sorrow”, asciutta e completamente forgiata sulla carica emotiva della voce di Berninger. “Anyone´s Ghost” poi brilla di luce propria: refrain orecchiabile ma non troppo invasivo e una batteria decisa, protagonista, che mette all´angolo tutto il resto. I suoni sono precisi, senza sbavature, mentre le grigie e rarefatte atmosfere si asservono alla tormentata disperazione dei testi. Rarefattezze che con “Afraid of Everyone” raggiungono il loro apice, per dissolversi successivamente nella più verace “Bloodbuzz Ohio”. “Runaway” poi stupisce, discostandosi dall´umore dei brani precedenti: una delicata ballata folk, breve sprazzo di luce che rischiara l´intero quadro sonoro e lirico dell´album, quasi cullando l´ascoltatore. Con “Conversation 16″ e “England” si torna ai tipici malinconismi del disco, lasciando infine spazio alla dolcezza di “Vanderlyle Crybaby Geeks”, che chiude l´album regalando uno stupendo spiraglio di speranza.

Insomma, sicuramente “The Boxer” ha lasciato i suoi strascichi. La sua spettrale presenza si percepisce in quasi tutta la durata dell´album, che riesce solo in qualche momento a distaccarsi dai tormenti passati per concedere timidi momenti di pace (quasi) ritrovata. Che sia questa la strada futura del gruppo?

Valentina Lonati

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