[Indie/Folk] Vinegar Socks – Vinegar Socks (2009)

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www.myspace.com/vinegarsockswww.vinegarsocksmusic.com Ci sono mesi di cose tutte uguali, di album che escono tutti con lo stesso suono, lo stesso effetto per chitarra e della stessa pronuncia scimmiottata o meno, di concerti in cui la gente sul palco e giù dal palco si assomiglia per pettinatura e vestito e maglietta, per ascolti di musica scaricata su


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Ci sono mesi di cose tutte uguali, di album che escono tutti con lo stesso suono, lo stesso effetto per chitarra e della stessa pronuncia scimmiottata o meno, di concerti in cui la gente sul palco e giù dal palco si assomiglia per pettinatura e vestito e maglietta, per ascolti di musica scaricata su E-Mule e libri nella tasca del cappotto. Ci si scoraggia per un po’, in quei mesi, ma arriva sempre qualcosa a risollevare il morale, ad un certo punto, un eroe in calzamaglia che ti faccia innamorare di lui.
Gli eroi del mese sono i Vinegar Socks, due ragazzi di Roma che suonano bene, compongono meglio e, soprattutto, sanno raccontare. Vi diranno che assomigliano a Tom Waits, ai Venus, ai Beirut: è tutto vero, ma non fatevi insospettire, di plagio non c’è nemmeno l’ombra, qui si parla di qualcosa di diverso, di ispirazione nel senso più vero del termine.

Il loro album di debutto è pieno, sentito, e stringe il cuore già dalle prime note di mandolino nell’iniziale “Salesman In Love”: sono note cariche di quella tensione emotiva che, declinata in varie sfumature, è il filo conduttore di tutte le dodici tracce. Scioglietevi nella nostalgia di Vacation From A Vacation, o nell’amarezza della successiva Law, per capire di cosa stiamo parlando, vedrete che farete a meno con molta difficoltà di questo album, che ha l’incredibile pregio di parlare una lingua nuova, di regalarci un viaggio in un luogo mai visto.
Quello in cui ci portano i Vinegar Socks è un luogo di struggente bellezza e nello stesso tempo effimero perché dipinto sovrapponendo un paesaggio sull’altro come se fossero impressi su carta da lucido: la loro musica si srotola davanti ai nostri occhi disegnando shtetl est-europei sopra città illiriche, il sud degli stati Uniti sui quartieri popolari di Roma, ed ascoltandola noi ci immergiamo nello struggimento e nella nostalgia primo-novecentesca che solo l’accoppiata mandolino/violino sa evocare. Tutto questo senza mai esagerare in lirismo, senza mai scadere nel già sentito. O nel banale, mantenendo un’intensità ed una forza compositiva che li proiettano con violenza fuori dalla media, molto più in alto. Grande esordio.

Francesca Stella Riva

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