Interpol – El Pintor

interpol-el-pintor-recensione 4/5
Gli Interpol giocano col loro nome ma ritrovano la propria essenza in "El Pintor", quinto album in studio e primo autoprodotto della band di New York.

“All the rage back home”: dice bene il titolo del primo singolo estratto da El Pintor, quinto album in studio degli Interpol. Un pezzo che si apre con un ipnotico riff di chitarra bagnata dal delay, intrecciata alla voce riverberata di Paul Banks che sembra provenire dall’abside di una chiesa, per poi subire una brusca virata di tempi e toni che ci getta dritto in pasto a un ritornello-alla-Interpol di quelli fatti bene, che fanno ondeggiare la testa e le spalle.

È un ritorno alle origini, ai tempi di “Roland”, “C’mere” ed “Evil”. Certamente, pur con i dovuti distinguo e le sperimentazioni legittime che ogni gruppo affronta negli anni, non si può dire che gli Interpol si siano mai scostati drasticamente dal filone del revival post-punk nell’arco della propria produzione musicale; è però vero che il loro percorso ha avuto risultati contraddittori e alterni: dalle glorie di “Turn on the bright lights” e “Antics” alle uscite più incerte di “Our love to admire” e l’omonimo (e un po’ anonimo) “Interpol”.

E così anche El Pintor si pone in linea con lo stile dell’ormai-trio americano (dopo l’uscita del bassista Carlos Dengler), e se questa fosse una recensione negativa verrebbe naturale fare della facile ironia commentando il fatto che la novità più evidente del nuovo lavoro risieda nel titolo dell’album, che altri non è che l’anagramma del nome della band stessa. Ma questa non è affatto una recensione negativa, tutt’altro. Per una band con forti linee identitarie che sceglie di non smentire nel tempo diventa essenziale saper valorizzare quei tratti che ne hanno fatto la fortuna (ma che, se lasciati sotto strati di polvere possono anche rappresentare la pietra tombale di ogni formazione/autore/impresa et similia): un tuffo nel passato per riscoprirne la freschezza e il vigore – o, ancora meglio, “il sapore” – diventa non solo una operazione necessaria per sopravvivere, ma se fatta bene può rappresentare al tempo stesso un successo invidiabile. E non è solo il primo estratto a dirci questo. Ci dicono cose del genere anche brani come “Breaker 1″ o il secondo singolo “Ancient ways”, tra le più interpoliane del disco, ma ci lasciano impressionati al primo ascolto anche brani con più evidenti influssi elettronici come “Same town, new story”, “Twice as hard” (che vede la collaborazione di Rob Moose dei Bon Iver alla viola e al violino) e “Tidal wave” (uno di quei brani che, più di altri, portano l’ascoltatore a pensare alla loro realizzazione dal vivo).

Gli Interpol questa volta si fanno ripagare (eccome) della consueta lunga attesa che precede la pubblicazione di un loro disco, presentandosi a loro agio, come non si vedeva da tempo, in quegli stessi panni che ce li hanno fatti amare negli anni passati. Abiti scuri e camicie ben stirate, tra i più autentici eredi della scuola britannica che fa capo a The Cure e Joy Division: Banks e i suoi romantici sono tornati.


 

 

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