Iron & Wine – Kiss Each Other Clean

iron & wine cover /5
Cambio di rotta anche per Iron&Wine. Pare che quest’anno sia l’anno del rinnovamento, o della ricerca, per molti gruppi forse troppo concentrati nella ricerca di un nuovo modo di essere orecchiabili. Sam Beam abbandona la Sub Pop, abbandona le canzoni scarne fatte di chitarra e voce che erano il suo marchio di fabbrica e si

Cambio di rotta anche per Iron&Wine. Pare che quest’anno sia l’anno del rinnovamento, o della ricerca, per molti gruppi forse troppo concentrati nella ricerca di un nuovo modo di essere orecchiabili. Sam Beam abbandona la Sub Pop, abbandona le canzoni scarne fatte di chitarra e voce che erano il suo marchio di fabbrica e si dedica al passatempo preferito dell’autore indie standard, negli ultimi tempi: tornare al grande rock americano. Affascinato, come da sua stessa dichiarazione, dalla “musica che potevi sentire uscire da un’autoradio negli anni settanta”, snocciola una sequela di pezzi in pieno stile, fra James Taylor e Cat Stevens, lucidati con il panno dell’elettronica sottile e degli effetti sulla voce in modo da renderli appetibili anche ai nuovi adepti del genere.

Il risultato è, in alcuni casi, godibilissimo e in altri invece un fallimento totale: “Rabbit Will Run”, ad esempio, è un brutto esperimento costruito su di un’unica idea reiterata per cinque minuti e mezzo, almeno quanto “Your Fake Name Is Good Enough For Me” riesce a convincere pur essendole estremamente simile negli intenti prog, nei fiati (là un flauto, qui un sax) un po’ sbilenchi, nella psichedelia dei riverberi e degli assoli completamente liberi. Alla fine la chiave di lettura di questo disco, così com’è sempre stato per Iron&Wine, rimane l’emozionalità:  dove Sam Beam colpisce, colpisce bene, complici le sue indubbie capacità liriche che vengono esaltate dalle giuste intuizioni musicali. Dove invece il cantato manca di spessore, anche solo sul versante del testo vero e proprio, il castello crolla e l’operazione nostalgia si rivela debole. In questo senso si possiamo interpretare “Tree By The River”, nostalgica, malinconica, beachboysiana, e “Monkeys Uptown”, elettronica quanto basta ma sostenuta da un’ottima base acustica, come le facce più riuscite della nuova medaglia, augurandoci che sia in questo senso che si muoveranno le prossime uscite.
Oppure augurandoci un deciso ritorno indietro, che sarà anche un approccio poco aperto alle novità ma di sicuro è del tutto legittimo, vista la bellezza che ancora affiora dalle composizioni di Beam quando queste si riducono all’osso nella strumentazione.

Francesca Stella Riva

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