Jack White Blunderbuss

3.5/5
Di solito, quando uno come Jack White decide di fare un disco solista, la prima domanda che balza in testa è ‘Ma perché?’. Già impegnato con The White Stripes, The Racounters, The Dead Weather, mille altre collaborazioni…ne ha ancora di benzina? C’è da dire inoltre che alla luce della (temporanea?) fine dei White Stripes, “Blunderbuss”

Di solito, quando uno come Jack White decide di fare un disco solista, la prima domanda che balza in testa è ‘Ma perché?’. Già impegnato con The White Stripes, The Racounters, The Dead Weather, mille altre collaborazioni…ne ha ancora di benzina? C’è da dire inoltre che alla luce della (temporanea?) fine dei White Stripes, “Blunderbuss” catalizza l’attenzione come unico vero successore della gloriosa ditta Jack /Meg.

Niente di più sbagliato. Pur essendo tutto farina del sacco di Mr.White, non aspettatevi “i White Stripes con un batterista vero”. Certo, le sonorità sono quelle dove si sente più a suo agio, rock vintage anni ’70 tutto rigorosamente analogico, ma i tredici nuovi brani riescono a essere un ottimo sunto di tutta la sua produzione. Grande cura per gli arrangiamenti, con l’hammond decisamente in primo piano, la chitarra ruggisce ancora (“Sixteen Saltines”) ma non è la protagonista assoluta. Il sound garage e minimal dei White Stripes si fa più organico e pieno di volume. Tredici piccole gemme del White-sound, con un occhio di riguardo alla melodia folk-cantautoriale (come dimostra il singolo “Love Interruption”).

Grazie a Dio ce la siamo scampata da quel pippone che sarebbe potuto essere un disco totalmente acustico: qua c’è tanta varietà e capacità di sintesi, con pezzi brevi e sempre orecchiabili. Divertente e ben costruito.

Marco Brambilla


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