[Jazz] Pat Metheny – Day Trip (2008)

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Son of Thirteen – At Last You’re Here – Let’s Move – Snova – Calvin’s Keys – Is This America? – When We Were Free – Dreaming Trees – The Red One – Day Trip http://www.patmetheny.com/http://www.nonesuch.com/ Pat Metheny ha raggiunto in tre decadi di carriera una popolarità rara per un jazzista, miscelando jazz e world

Son of Thirteen – At Last You’re Here – Let’s Move – Snova – Calvin’s Keys – Is This America? – When We Were Free – Dreaming Trees – The Red One – Day Trip

http://www.patmetheny.com/
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Pat Metheny ha raggiunto in tre decadi di carriera una popolarità rara per un jazzista, miscelando jazz e world music nei dischi con il “Pat Metheny Group” e collaborando con artisti molto diversi tra loro (David Bowie, Joni Mitchell, Milton Nascimento), cimentandosi con successo anche nella composizione di colonne sonore per il cinema.
Il suo esordio nel 1976 fu però in trio, e a questa formazione è spesso tornato per incidere dischi di grande qualità e d’impronta marcatamente jazz, accompagnato da musicisti storici o giovani talenti.

“Day Trip” segue quest’ultimo filone: qui il chitarrista del Missouri è accompagnato da Antonio Sanchez alla batteria (già nella più recente formazione del “Group”) e Christian McBride al contrabbasso, musicisti giovani ma inseriti a pieno titolo tra le star del jazz moderno. Il disco, inciso in un unico giorno nell’ottobre 2005, è una selezione di brani editi ed inediti tutti firmati da Metheny. “Son of thirteen”, “Let’s move” e “Day Trip” sono costituiti da temi intricati e giocano molto sull’alternanza di dinamiche e sull’interplay tra i musicisti,  mentre “At last you’re here” e “Snova” sono momenti più raccolti, dove Sanchez privilegia per buona parte dei pezzi l’uso delle spazzole; “Calvin’s keys ha un tema molto elaborato che richiama il blues con citazioni Coltraneane nell’armonia.

Per registrare questi brani Metheny ha utilizzato, come nel disco “Still life (talking)”, il  suono elettrico della sua semiacustica mixato con il segnale acustico ripreso da microfoni, ricordando i vecchi giganti della chitarra Jim Hall e Joe Pass; questo espediente dona una sonorità più raccolta ed intima che meglio si fonde con strumenti interamente acustici come batteria e contrabbasso. “Is this America” e “Dreaming trees” sono due tipiche ballad methenyane dalle armonie ricche e con linee melodiche cantabili, l’una eseguita alla chitarra classica e l’altra all’acustica. “When we were free”, già su “Quartet” del 1996, è un mid tempo robusto e solenne in tre quarti, dal tema incisivo e subito cantabile dove Sanchez gioca molto ed in maniera magistrale con il tempo, e “The red one” è un momento diverso dal resto del disco con una ritmica reggae ed un tema che diviene quasi rock, già incisa nel 1994 nell’album in coppia con John Scofield “I can see your house from here”; entrambi i pezzi vedono l’uso del guitar synth, reso celebre da Metheny negli anni ottanta.
Suoni molto belli e grande performance dei musicisti per un album che, comunque, spesso ha il sapore di routine, anche se di gran classe.

S.Z.

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