John Frusciante, Enclosure

john-frusciante-enclosure-recensione-2014 2/5
Un disco in cui l'artista si diverte a gettare fumo negli occhi, con cambi di ritmo e tonalità del tutto inutili e fini a se stessi, e con sperimentazioni elettroniche quasi mai attraenti. Che fine ha fatto John Frusciante?

Bastano pochi secondi per passare dall’illusione di un album interessante all’evidenza del suo (forse) più grande flop discografico. “Shing Desert”, canzone d’apertura di “Enclosure”, dodicesimo album solista di John Frusciante, pare introdurre a dovere un lavoro che si prospetta decisamente affascinante e per fini ascoltatori, ma che purtroppo si rivela di tutt’altra specie. Allora la domanda sorge spontanea: che fine ha fatto John Frusciante? Da chitarrista prodigio dei Red Hot Chili Peppers, gruppo con quale ha contribuito a creare capolavori come “Californication”, “Other side” e “Can’t stop”, ad artista di nicchia con pochi argomenti a suo favore. È certamente giusto non ancorarsi al fatto di essere stato membro di una band come quella appena citata e cercare di discostarsi da clichè del tutto inutili, ma sperimentare senza una linea guida è imperdonabile per un artista con il suo potenziale. “Enclosure”, infatti, ripercorre le strade electro di “PBX Funicular Intaglio Zone”, con armonie leggermente più pulite e soft, ma altrettanto confusionarie e mal organizzate in parecchi tratti.

Frusciante è senz’altro un eccellente chitarrista che, però, si diverte a gettare fumo negli occhi, con cambi di ritmo e tonalità del tutto inutili e fini a se stessi, e con sperimentazioni elettroniche quasi mai attraenti: non proprio il tuo campo di battaglia John! E se i punti deboli dell’artista risultano come da copione inefficienti, purtroppo una sorte simile tocca anche alle sue carte migliori, ovvero i riff e gli assoli di chitarra: pochi e quasi tutti mediocri per uno con il suo curriculum. A onor del vero, qualche sprazzo di fascino musicale si scopre nei vari pezzi, come in “Clinch”, sei minuti strumentali con ottimi assoli e atmosfere dark, rovinati da percussioni electro confuse e indecise, spesso ansiose e agitate. È un copione che si ripete ancora e ancora in tutto l’album.
A voler trovare una nota almeno accettabile, i pezzi meno confusionari sono “Sleep”, con buoni arrangiamenti minimali ma che si fa (quasi) odiare per la fastidiosa linea vocale altalenante di John, e “Fanfare”, electro-ballad anni ’80, abbastanza piacevole all’ascolto ma che non lascia nessun appiglio a coloro che potrebbero pensare di salvare il lavoro in calcio d’angolo. Cosa che di certo non faremo noi.


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