Julian Casablancas + The Voidz – Tyranny

julian-casablancas-the-voidz-tyranny-recensione 3/5
Una disco scostante, che passa dai sentieri dell’hardcore fino a quelli del post-punk senza porsi limiti di alcuna sorta, risultando di difficile ascolto ma regalando anche alcune perle.

Se devo essere sincero, è dai tempi dei The Strokes che mi chiedo cosa passi per la testa di Julian Casablancas. A parte le droghe, sia chiaro. Perché alla luce di quella chicca di “Room On Fire”, la parabola discendente che lo aveva accompagnato fino all’elettronica sfilacciata di “Phrazes For The Young” era proprio inspiegabile. Almeno fino ad oggi.
“Tyranny” si impone dalle prime note come la chiave di lettura della carriera musicale del cantante. Condito di suoni digitali in ogni singolo pezzo, è una storia scostante che passa dai sentieri dell’hardcore fino a quelli del post-punk senza porsi limiti di alcuna sorta. Era proprio quello che Casablancas si prefiggeva di fare, a propria detta, per allontanarsi da quel giogo che nei The Strokes gli stava tanto stretto. Quelle che mancano davvero sono le chitarre di Albert Hammond Jr, anche se i riff, fra un synth e l’altro, ne portano tutto il bagaglio culturale arricchendolo di una certa vena caotica. Proprio alla luce di tutto questo caos, però, l’ascolto complessivo dell’album risulta spesso difficile: dove finisca il genio e inizi la scarsa cura per il missaggio è difficile da dire, specie quando l’istinto è quello di abbassare il volume del pezzo in riproduzione per evitare che ci esploda il cervello.

Nel marasma di suoni sono da citare le classiche ed immancabili perle, a partire dai due singoli “Human Sadness” e “Where No Eagles Fly”, rimandi ad una cultura passata che è tutta bassi aggressivi: Talking Heads e Joy Division. Segue a ruota “Johan Von Bronx”, il cui ascolto ci riporta subito a quella copertina con la mano sui glutei di “Is This It?”, e “Dare I Care”, con i suoni orientaleggianti contrastati da una martellante cassa in quarti. Il resto dei brani passa nell’anonimato delle frequenze confuse, esattamente quello che ci aspetteremmo dal sodalizio fra una band di ubriaconi (The Voidz) e il re dei comportamenti promiscui. Forse proprio perché conosciamo i soggetti questa produzione non risulta un flop. Quello che ci rimane fra le mani è infatti un lascito del tutto particolare, un insieme di tracce dure per una “Modern Age” a cui Casablancas è arrivato attraverso una serie di vittorie e sconfitte. E anche in questo caso la verità sta nel mezzo delle due cose, fra un drink e l’altro.


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