[Lo-Fi/Folktronica] Tune Yards – Bird Brains (2009)

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  For You – Sunlight – Lions – Hatari – News – Jamaican – Jumping Jack – Little Tiger – Safety – Fiya – Synonynonym – Want Me To – Real Live Flash www.myspace.com/tuneyardswww.tuneyards.com Merril Garbus ci insegna il Low-Fi fricchettone, mentre intorno a noi il mondo crolla in pezzi all’ ennesima replica della stessa

 

For You – Sunlight – Lions – Hatari – News – Jamaican – Jumping Jack – Little Tiger – Safety – Fiya – Synonynonym – Want Me To – Real Live Flash

www.myspace.com/tuneyards
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Merril Garbus ci insegna il Low-Fi fricchettone, mentre intorno a noi il mondo crolla in pezzi all’ ennesima replica della stessa solfa da gruppo new qualcosa: impugnando l’ukulele ci mostra, di nuovo, la via, più e più volte battuta eppure mai così fresca, della musica volutamente scarna, volutamente acida, ripetendo quella magia che arriva sempre dopo una grande abbuffata di tentativi di perfezione e di style, la magia del dito in gola liberatorio.

Quello di Tune-Yards è un progetto che fa della semplicità nuda e tribale la sua pietra angolare: sui campioni di un bambino che parla di mirtilli e su voci che parodiano gorgheggi, la Garbus costruisce ritmi ossessivi fatti di arpeggi essenziali e batterie elettroniche, collocandosi in quel mondo a parte che sta esattamente a metà fra la vera e propria “musica” e la performance artistica unica, irripetibile ed ogni volta diversa. Quel limbo, tanto per intenderci, i cui estremi sono fissati da un lato dai musicalissimi Tunng, dall’altro dagli ostici Xiu Xiu, e nel quale, almeno per una volta, sono entrati tutti coloro interessati al lato più primitivo, spontaneo della musica, da Bjork a Thom Yorke, passando per Patti Smith e i Moldy Peaches.

Ballando intorno ad un falò col suo ukulele, Merril Garbus evoca uno ad uno tutti questi fantasmi, che compaiono e scompaiono fra le fiamme mentre i pezzi scorrono uno dopo l’altro prendendo le forme di Hatari, anarchia cacofonica, e del reggae scheletrico Lions,  della filastrocca per bambini di Jumping Jack, e della dolcezza di Fiya, (fuoco, in slang).
Neanche per un momento ci sembra che tutto questo non abbia senso, nonostante le idee a volte non siano esattamente originali, nonostante l’inesperienza a volte esca prepotentemente allo scoperto. Questo album, un rito per esorcizzare i bassi Rickenbacker, gli amplificatori Orange e le cravattine sottili, funziona alla grande, e ci dimostra  ancora una volta che per fare grandi cose bastano un registratore, dei rumori e delle idee, oltre che un po’ di buoni spiriti che accompagnino lungo il cammino.

Francesca Stella Riva 

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