Lo Stato Sociale – L’Italia peggiore

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Una bocciatura senza appello per i cinque ragazzi di Bologna, vittime a loro volta di quella "Italia peggiore" che volevano raccontare.

Il pensiero che accompagna le prime tracce de L’Italia peggiore, secondo album in studio de Lo Stato Sociale uscito a poco più di due anni di distanza dal fortunato e “sorprendente album d’esordio” che risponde al nome di Turisti della democrazia, è che sicuramente c’è qualcosa di più in là nel disco ad attenderci. Il loro primo lavoro (recensito qui dal sottoscritto) mi aveva entusiasmato: un disco fresco, irriverente, che pescava con gusto da influenze importanti come Offlaga Disco Pax e Rino Gaetano;  una di quelle sorprese che non capitano spesso. Le aspettative allora non potevano essere che molte per questa seconda fatica, uscita in tempi davvero rapidi se si pensa che da quel 14 febbraio 2012 i cinque di Bologna non si sono fermati un attimo, impegnati in centinaia di date lungo tutta la penisola, e portando sulla scena l’anno scorso anche una versione teatrale del disco d’esordio.

Ma veniamo al sequel: l’apripista “Senza macchine che vadano a fuoco” si muove discretamente tra riff di chitarra e stacchi elettronici mentre le sue parole tratteggiano una coreografia urbana che vede la Rivolta personificata nei panni della protagonista. Segue “C’eravamo tanto sbagliati”, che già si conosceva essendo il primo singolo estratto. Un’impressione su questo brano di ben sei minuti e mezzo me l’ero già fatta da tempo: cioè, ci troviamo davanti a una riedizione di “Mi sono rotto il cazzo” che perde buona parte del vigore e dell’originalità del suo predecessore. La chitarra in palm mute fa il suo finché può, ma il testo manca di inventiva provocatoria e satirica (poche eccezioni, tra cui il verso “(fanculo) a chi non sta né a destra né a sinistra /che se fosse su una strada finirebbe investito” – ma queste sono idiosincrasie), e quando finalmente arriva il momento del ritornello ci si trova le orecchie inondate del coro più abusato della storia della musica italiana (e non solo) – per di più smorzato nei toni nel finale. Una partenza sottotono, ma ci sono ancora ben 12 tracce da ascoltare, tutto può cambiare.

Solo che l’orrore è appena dietro l’angolo: dopo l’inspiegabile parentesi reggae di La musica non è una cosa seria (un grande punto interrogativo), ecco apparire il feat. con  Piotta, “Questo è un grande paese”: una sfilza di luoghi comuni e meme da età virtuale che risultano davvero inadeguati nel contesto ‘canzone’. Un fastidioso tono da spot e il pessimo intervento del rapper romano nel finale fanno il resto. Anche questo pezzo era stato messo in circolazione prima dell’uscita del disco, e onestamente pensavo si trattasse di un singolo-parodia (di se stesso) condannato a vagabondare solitario tra i correlati di Youtube per una manciata di mesi, fino a venire poi progressivamente oscurato. Mai mi sarei aspettato di trovarmelo lì, a neanche  un terzo del disco.

Il sulografo e la principessa ballerina” sembra riportare in carreggiata il gruppo emiliano grazie a una base che suona alla Crystal Castles e un testo diretto e ben cadenzato, ma come per il primo singolo anche in questo caso salta subito alle orecchie l’impietoso confronto con “Ladro di cuori col bruco”. Quando i brani migliori del disco vengono scoperti indossare (male) gli stessi vestiti dei loro fratelli maggiori, è davvero il caso di preoccuparsi. Di lì a breve bisognerà patire il secondo punto interrogativo dello ska di “Forse più tardi un mango adesso”  e le fastidiose interruzioni di “Te per canzone una scritta ho”. Tra queste, di certo più apprezzabile, si trova “La rivoluzione non passerà in Tv”, che si riferisce naturalmente a  “The revolution will not be televised” di Gil Scott-Heron (un tempismo curioso, visto che un tributo allo stesso brano è contenuto anche nell’album d’esordio degli amici Wu Ming Contingent, uscito pochi mesi fa – e recensito qui).

Sul piano squisitamente musicale “Io, te e Carlo Marx” può essere considerata una delle operazioni meglio riuscite del disco; bisogna solo far attenzione a glissare sul testo e sulla ossessione per i frutti (mele, pomodori, mango, ananas) della band, la cui presenza in molti brani del disco ha un che – devo ammetterlo – di preoccupante.

Il finale amaro di “Linea 30″, racconto di Bebo sull’esplosione avvenuta nella Stazione di Bologna il 2 agosto 1980, rappresenta il momento più alto dell’intero lavoro, e vale tutti gli ascolti del caso. Spiace solo che perché ciò avvenga Lo Stato Sociale debba smettere di fare Lo Stato Sociale e sia costretto ad emulare in pieno altri (e viene naturale pensare agli Offlaga Disco Pax).

L’Italia peggiore è un lavoro da bocciare senza appello. Non perché si voglia dare contro a un gruppo per il piacere che si prova a essere detrattori. Personalmente di piacere non ne provo alcuno, semmai amarezza, e il senso di un’occasione sprecata. Non metto in dubbio che – a differenza di quanto dice il titolo della terza canzone del disco – per Lo Stato Sociale la musica sia una cosa seria, ma l’impressione che si ha passati questi lunghissimi cinquantacinque minuti è tutt’altra. Il pensiero finale è che Lodo & Co. abbiano scambiato questo album per la loro pagina su Facebook, e le canzoni per aggiornamenti di stato. Ma non si può essere decostruttivisti con la musica: il contesto è fondamentale, così come il contenuto. I social network perdonano la superficialità – anzi quasi la esaltano; ma non si può pretendere di sortire lo stesso effetto quando quello che ci si propone di fare è di produrre arte. Almeno in questo sono riusciti a raccontarla, l’Italia peggiore.

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