Marlene Kuntz – Pansonica

marlene-kuntz-pansonica-recensione 2.5/5
I Marlene Kuntz, come già gli Afterhours, non rinunciano a festeggiare il ventennale del loro album più significativo: Catartica. Lo fanno con Pansonica: 7 tracce per rivivere e omaggiare i giorni degli esordi.

Se dovessi stilare una lista dei dieci dischi che hanno cambiato la mia vita non rinuncerei ad inserire “Catartica” dei Marlene Kuntz. Difficilmente, invece, inserirei “Pansonica”, EP di sette tracce che la band di Cuneo ha dato alle stampe per celebrare il ventennale del loro primo mitico album.

Prima di “Catartica” l’unico rock made in Italy che ascoltavo era quello dei primi dischi di Ligabue. Capite bene che l’ascolto di quella musicassetta fu un’illuminazione, un’epifania. Da lì scoprimmo tutti gli altri grandi nomi della scena italiana di allora: dagli Afterhours ai Verdena, dai CCCP ai CSI, fino ai Bluvertigo. Cosa provoca invece “Pansonica”, nome che richiama alla mente, senza troppe difficoltà, Sonica, uno dei brani più amati dei Marlene? Non granché. Peccato che ci sia ancora una distanza, uno scarto non poco rilevante, tra quei Marlene e questi. L’idea di riunire definitivamente tutta la produzione di quel periodo (Pan-sonica) sembra voler chiudere la pratica una volta per tutte con quella parte di storia tanto importante quanto ingombrante; si è pensato di ripescare brani che all’epoca furono scartati, e questo porta a farci rimpiangere, ancora una volta, quei Marlene. Fa eccezione “Donna L”, non a caso già pubblicata in “Come di sdegno”, seppure in versione live.
Sì, le sonorità sono quelle. L’ascolto offre un tuffo nel passato, quando Smashing Pumpkins e Sonic Youth dominavano la scena internazionale e i Marlene si apprestavano a dominare quella nazionale. Ma se i testi continuano a suonare logori, quando non propriamente stucchevoli (provate a credere alla pseudo-poesia di “Sig. Niente” o a rimanere indifferenti alla pittoresca “Capello Lungo”), la volontà di Godano di riscendere negli inferi vocali in cui imperava un tempo non riesce a spingersi oltre la posa estetica. Tanta carica, sì, ma manca il graffio velenoso che porta un disco a restare nella testa e nello stereo di noialtri.

Ed è un peccato, ovvio. Soprattutto perché abbiamo a che fare con “Catartica”, che adoriamo sempre e comunque. Forse per questo siamo così cinici e così poco accondiscendenti. Ed è per questo che non parleremo di “Oblio”, o di “Ruggine”. Parliamo di “Donna L”, che con quel basso distorto à la “Them Bones”, seppur meno inquieto, e l’immagine all’altezza di brani come “3 di 3” e “Le Putte” è davvero partecipe dell’immaginario e del sound Marlene. Ma è l’unico brano che salva questo disco e tutta l’operazione, di cui resta la valenza storica, documentaria, e poco altro. Ci auguriamo che questa ricorrenza riservi le sorprese che non abbiamo incontrato qui – e che merita –, nel Catartica Tour 994/014, che porterà i Marlene Kuntz in giro per tutta la penisola. Lascia ben sperare la scelta dei club, preferiti ai teatri e ai palchi in genere meno rock degli ultimi tempi. Il ritorno alle origini. Con gli Afterhours ha funzionato alla grande. Speriamo che i piemontesi non siano da meno.


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