Meat Loaf Hell In A Handbasket

3/5
“E’ il disco più personale che abbia mai fatto, il primo in cui si parla dei miei sentimenti nei confronti della vita e di cosa penso sulle cose che stanno succedendo nel mondo”. Con queste parole e a due anni di distanza dall’ottimo Hang Cool Teddy Bear, il prolifico rocker inglese Meat Loaf ha descritto

“E’ il disco più personale che abbia mai fatto, il primo in cui si parla dei miei sentimenti nei confronti della vita e di cosa penso sulle cose che stanno succedendo nel mondo”. Con queste parole e a due anni di distanza dall’ottimo Hang Cool Teddy Bear, il prolifico rocker inglese Meat Loaf ha descritto il suo nuovo album da studio Hell In A Handbasket. Un lavoro travagliato, la cui uscita è stata posticipata a lungo, che ci consegna forse il Meat Loaf più immediato di sempre, per lo meno a livello di liriche: nessuna storia astrusa e difficile da seguire come nel precedente disco, ma testi molto concreti e ancorati alla realtà e alla biografia stessa dell’artista.

Se il duetto con l’amica Patti Russo sulla bella Our Love And Our Souls non stupisce più di tanto, farà probabilmente discutere quello con un’altra leggenda, Chuck D dei Public Enemy, il cui interludio su Mad Mad World/The Good God Is A Woman And She Don’t Like Ugly farà gioire gli amanti del crossover ma, allo stesso tempo, storcere più di un naso. A livello musicale il disco si muove più o meno sugli stessi lidi del suo predecessore, con qualche follia in meno e una novità di rilievo: più di un brano mostra un invaghimento di Meat Loaf e dei suoi collaboratori verso sonorità tipicamente southern, cosa mai successa in precedenza nella carriera del rocker. L’apice dell’album resta però l’intensa Another Day, che tocca con estrema sensibilità il tema della depressione, puntando sul tema della speranza e non su quello della demagogia o delle facili strofe ad effetto.

Luca Garrò


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