Meat Puppets – Lollipop

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Se avessi dovuto guardare solamente al fattore nostalgia (modo più sottile per dire ‘fanboysmo’), avrei piazzato questo album fra i top record in due secondi netti, giusto il tempo di sentire l’apertura di “Incomplete”. A mente più fredda e adottando un minimo d’obiettività, mi rendo conto che non posso farlo. Ma attenzione! “Lollipop“, tredicesimo disco

Se avessi dovuto guardare solamente al fattore nostalgia (modo più sottile per dire ‘fanboysmo’), avrei piazzato questo album fra i top record in due secondi netti, giusto il tempo di sentire l’apertura di “Incomplete”. A mente più fredda e adottando un minimo d’obiettività, mi rendo conto che non posso farlo.

Ma attenzione! “Lollipop“, tredicesimo disco da studio di una delle più grandi band alt/indie rock della storia, non è né brutto né malriuscito né deludente né tutte queste cose assieme. Anzi, è perfino superiore al precedente “Sewn Together” (2009), e chi prova sincera affezione per i fratelli Kirkwood lo amerà sin dalle prime note, come il sottoscritto si è abituato a fare. E poi stiamo sempre parlando di gente che ha rivoluzionato l’indie come pochissimi altri hanno saputo fare: vengono in mente nomi del calibro di Husker Du, R.E.M., Dinosaur Jr. e probabilmente nessun’altro. Non solo. Fra questi i Meat Puppets sono forse stati i più folli e paradossali: partiti a mille con un hardcore/punk rumorosissimo e suonato a mach 3, hanno poi saputo rispolverare il country e il folk tramite una vena psichedelica mai sentita prima (c’è chi ha parlato di ‘cowpunk’, l’etichetta più assurda mai utilizzata dalla critica). Se non li conoscete ancora, ascoltatevi “Aurora Borealis” da “Meat Puppets II” (1984) per intuirne la poesia di fondo. Per questo saranno sempre ricordati, non per la fama tardiva che arrise loro quando Kurt Cobain li chiamò sul palco di MTV Unplugged per eseguire insieme “Plateau”, “Oh Me” e “Lake Of Fire”, proprio tre pezzi contenuti nel lavoro appena citato.

(Sono citati dai Nirvana come una delle loro più grandi influenze: pensate a quanto sono stati enormi)

Passiamo al disco però. Uno dei loro più rilassati e distesi. Le tracce davvero rock sono poche, e gli impulsi elettrici sono perlopiù concentrati nella spedita “Vile”, reminiscenza della prima esperienza punk, nelle distorsioni di “Way That It Are” e nelle atmosfere epiche di “Hour Of The Idiot”, mentre quasi tutto il resto ci culla attraverso ballate alt – country più o meno riuscite: bellissima “Amazing”, dolce carillon dal classico testo allucinato (“I tried to slap the face of an alien” uno dei passi), e belle anche la Remmiana “Orange”, la corale “Lantern” e la già citata e delicatissima “Incomplete”. Meno riuscite “Baby Don’t”, commistione fra rock e tradizionale country’n’western non del tutto a fuoco, la quasi ordinaria “Town” e la filastrocca conclusiva “The Spider And The Spaceship”, sin troppo naif. “Damn Thing” è un pezzo perfetto per essere incluso nella colonna sonora di qualche film in concorso al Sundance Festival, e ha le sue ragioni, mentre “Shave It” è quello più originale, con tanto di prima parte modellata su ritmi quasi reggae. Nel complesso l’atmosfera è quella di un Neil Young in combutta con il Mascis di “Several Shades Of Why“.

Insomma, qualche passo falso in un LP che è comunque più che buono, a tratti addirittura ottimo, anche se non dice praticamente nulla di essenziale per una band che ha sfornato almeno quattro – cinque capolavori. I Meat Puppets rimangono degli assoluti fuoriclasse, fare un disco del genere dopo trent’anni di carriera è per pochissimi.

Stefano Masnaghetti

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