Mogwai Rave Tapes

Mogwai Rave Tapes 4/5
C'è di che rallegrarsi per "Rave Tapes". Dopo un episodio interlocutorio i Mogwai sono tornati fra noi vivi, vegeti e con idee da vendere.

Sono passati ben più di vent’anni dalla nascita del post rock, termine instabile entro il quale collocare espressioni musicali fra le più disparate. Contraddistinte, però, da almeno un denominatore comune, ossia la voglia di lasciarsi alle spalle la classica struttura della forma – canzone per inoltrarsi in territori più o meno inesplorati. I primi maestri furono statunitensi, eppure la formazione più duratura si è rivelata quella degli scozzesi Mogwai, giunti con “Rave Tapes” all‘ottavo album in studio. Non sono stati i primi, forse neppure i migliori, sicuramente non i più geniali, eppure in quasi due decadi di attività non hanno mai mollato la presa e, nonostante vari cambi di sonorità, hanno saputo costruirsi uno stile unico e immediatamente riconoscibile, in cui torpide spire chitarristiche in crescendo si sono via via amalgamate con questa e quella influenza esogena.

“Rave Tapes” è un gran disco. A livello qualitativo pari, se non superiore, all’ottimo “The Hawk Is Howling” (2008). Cambiano però le coordinate sonore. Non si tratta di un ritorno al passato, quanto piuttosto di uno sviluppo delle intuizioni presenti nel penultimo “Hardcore Will Never Die, But You Will” (2011), rispetto al quale il nuovo sembra quasi esserne la bella copia. A mancare in parte è la componente drammatica, ben presente nei primi lavori: qua si lavora sottotraccia e sottovoce, e in alcuni episodi pare di riascoltare le malinconie cameristiche di “Happy Songs For Happy People” (2003), ad esempio nell’opener “Heard About You Last Night“, introdotta e conclusa dallo scampanellio dello xilofono. Ma il cd mantiene un tratto distintivo molto marcato, e la carta vincente è l’uso dell’elettronica, più o meno vintage, a fianco delle chitarre: “Simon Ferocius” è imbevuta di psichedelia in odor di krautrock, con i Neu! dietro l’angolo, mentre “Remurdered” vira verso il synthpop. La dicotomia fra suono sintetico ed elettrico dà frutti ancor più personali in “Deesh“, nella solenne “No Medicine For Regret” e nella magnetica “The Lord Is Out Of Control“, sortilegio di voce filtrata e rumorismo appena accennato. I vecchi Mogwai si ripresentano nella breve “Hexon Bogon“, nella ritmata “Master Card” e nell’ironia di “Repelish“, in cui la voce del sedicente reverendo Lee Cohen delira sul messaggio satanico di “Stairway To Heaven“. Isolata, la ballad sadcoreBlues Hour” mostra il volto più romantico della band, ed è anche l’unica traccia cantata di tutta l’opera.

C’è di che rallegrarsi, dopo un episodio interlocutorio i Mogwai sono tornati fra noi vivi, vegeti e con idee da vendere.


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