Motorpsycho Still Life With Eggplant

Motorpsycho-Still-life-with-eggplant 3.5/5
In tempi in cui le nuove uscite discografiche di una band vengono prudentemente centellinate – a differenza di quanto accade per le ristampe, sigh! – l’esperienza dei Motorpsycho è piacevolmente anacronistica (sedici album, EP compresi, in 22 anni non sono roba da poco). Questo datato modo di procedere non è da tutti, poiché è arduo

In tempi in cui le nuove uscite discografiche di una band vengono prudentemente centellinate – a differenza di quanto accade per le ristampe, sigh! – l’esperienza dei Motorpsycho è piacevolmente anacronistica (sedici album, EP compresi, in 22 anni non sono roba da poco). Questo datato modo di procedere non è da tutti, poiché è arduo essere prolifici e tenere alta la qualità della produzione oggigiorno. Per non smentirsi il trio norvegese dà ora alle stampe Still life with eggplant: un tuffo nel passato, per più di un motivo: tanto per cominciare la scelta dello studio, il Brygga di Trondheim, dove erano stati registrati i primi album di successo Demon Box (1993) e Timothy’s Monster (1994); e poi la volontà di ripercorrere le note strade della psichedelia, del progressive, del jazz, del folk con le usuali, calde sonorità heavy.

Evidentemente, dopo le lunghe ed estenuanti fatiche per la realizzazione di The Death Defying Unicorn (2012) condivise con Ståle Storløkken (Supersilent), la band aveva un urgente bisogno di rilassarsi e dare sfogo alla propria creatività – sempre più simile a un torrente in piena – senza gli stress mentali dettati da lavori particolarmente ambiziosi : l’antifona è affidata alle imperiose incursioni Seventies di Hell, part 1-3, prima complessa traccia dell’album: riff poderosi, innervati d’inquietudine luciferina – degni dell’indimenticabile lezione di Tony Iommi – e veloci, folli linee di basso, per caricare al meglio l’ascesa melodica delle voci. Ancora una volta è nelle linee vocali il segno tangibile ove constatare l’incessante evoluzione di questa band.
Segue August, attinta dal repertorio fine ’60’s dei Love e riproposta con disarmante dimestichezza – quel glide di basso nel bridge risalirà spesso nella vostra mente dopo l’ascolto. L’epitome della destrezza nel glissare tra i diversi generi spetta a Barleycorn (Let It Come/Let It Be), dove il tono intimistico del fingerpicking di Reine Fiske (chitarrista prog-rock svedese tra i più importanti esponenti della scena, quarto Motorpsycho almeno in studio) esplode presto in un brioso ritornello che riporta le tensioni verso lidi più distesi. Eppure la seguente Ratcatcher, diciassette minuti di puro spirito jammy, non sarebbe da meno: un viaggio lungo e particolarmente dinamico, psichedelico e ricercato nelle sue movenze jazz, non scevro da consoni passaggi furiosi; raffinato nel sottile e/o esplicito dialogo fra le parti. Spetta infine al tono gioioso e cantautoriale di The Afterglow risolvere il filo del disco; una scelta che non appare fuori luogo dopo la dilatatissima quarta traccia. Ultima pennellata che rifinisce un disco compatto e completo.

Poche tracce ma tanta sostanza. Non fatevi dunque ingannare dal leggero spuntino a base di melanzane ritratto in copertina da Kim Hiorthøy; tanto bizzarro quanto mendace.

Cristian Ciccone


Condividi.