Muse The 2nd Law

3/5
L’hype che avvolge “The 2nd Law” dei Muse era palpabile già dal lancio del loro teaser, avvenuto qualche mese fa, nel quale era chiaro che avremmo dovuto aspettarci delle novità. L’attesa è finita, il 2 ottobre finalmente vedrà la luce la nuova release, 13 brani che divideranno il seguito del gruppo, impossibile che suscitino indifferenza.

L’hype che avvolge “The 2nd Law” dei Muse era palpabile già dal lancio del loro teaser, avvenuto qualche mese fa, nel quale era chiaro che avremmo dovuto aspettarci delle novità. L’attesa è finita, il 2 ottobre finalmente vedrà la luce la nuova release, 13 brani che divideranno il seguito del gruppo, impossibile che suscitino indifferenza. “Supremacy” apre le danze con un concentrato di riff alternati a microsezioni dall’atmosfera epica che ricorda in modo impressionante il sound dei loro primi dischi. Errore madornale, però, lasciarsi ingannare. A partire dal titolo, che si riferisce alla seconda legge della termodinamica, e si rivela abbastanza fuorviante: a differenza di The Resistance, questo non è un disco improntato verso il mondo esterno, al contrario si focalizza sulle emozioni e sulle canzoni personali. Anche la scelta del sound lascia abbastanza disorientati. La martellante e tanto discussa “Madness” accantona il rock e si avventura in vibrazioni electro-pop (più pop che electro, a dirla tutta) per poi arrivare ad un crescendo da pelle d’oca dopo il secondo ritornello, tipico singolo che parte freddino come un diesel e che guadagna terreno col passare del tempo. “Follow Me” inizia nel modo più tenero che si possa immaginare, con il battito del cuore del figlio di Bellamy quando ancora era nella pancia della mamma, sfumando con la sola voce del cantante. Ben presto si trasforma in un pezzo a cavallo tra la dance e l’elettronica. Il colmo? È quanto di più lontano dal mondo della band britannica e al contempo convince dannatamente. Merito del produttore Nero, che l’ha remixata e trasformata in un prodotto finito di grande fattura? O di Bellamy, Howard e Wolstenholme, che non hanno avuto paura di giocarsi il tutto per tutto? Sta di fatto che questo pezzo va a tutti gli effetti inserito negli episodi più felici di “the 2nd Law”.

La punta di diamante è senz’ombra di dubbio “Animals”, il cui arrangiamento richiama vagamente “Micro–Cuts” (contenuta all’interno di Origin of Symmetry). E’ la canzone maggiormente impegnata dal punto di vista sociale, non a caso ha dei riferimenti alla crisi economica che sta schiacciando il mondo intero da un paio d’anni a questa parte. Le urla finali dei broker dei Wall Street sembrano quasi voler suscitare nell’ascoltatore una sorta di allarme e inquietudine. Musicalmente, si fa un balzo nel tempo di 10 anni, quando ancora i Muse erano una giovanissima realtà.  Fra i generi esplorati anche il funk danzereccio di “Panic Station” e la queenianaSurvival”  (nota altresì per essere stata la canzone ufficiale dei Giochi Olimpici di Londra) che suona troppo di già sentito ma è salvabile.
Un’ulteriore novità sono le due canzoni cantate da Chris Wolstenholme, altamente autobiografiche. Niente da dire sulla performance vocale, nella quale il bassista dimostra di essere all’altezza della situazione: è invece il risultato complessivo che lascia perplessi. Se “Save Me” è una sorta di ninna nanna ripetitiva, non si può dire lo stesso di “Liquid State”. E’ un po’ come se il trio di Devon fosse momentaneamente posseduto da un gruppo stoner rock, senza però far spiccare il volo a una canzone che avrebbe potuto avere un forte potenziale. Un discorso a parte lo merita la suite conclusiva che porta lo stesso titolo dell’album: la prima parte “Unsustainable” è ormai ben nota ed è probabilmente fra le tracce meno convincenti di questo full lenght. Se gli archi e la voce di Matt si amalgamano senza alcun problema, così non si può dire per gli intermezzi della voce robotica e conseguente arrangiamento, che fanno tanto dubstep ma sembrano collocati a random senza un vero e proprio scopo compositivo. Di tutt’altra natura “Isolated System”: oscura, ipnotica, inquietante grazie alle sue numerose alternanze di pianoforte prima e successiva aggiunta di basso, sembra tratta da una colonna sonora di un film a sfondo fantascientifico. Oltre alla già citata “Liquid State”, i brani meno convincenti sono “Explorers” e “Big Freeze”. Il fattore che accomuna entrambi i pezzi è la totale mancanza di originalità e un carattere troppo pop, che le rende noiose e fa scattare spontaneo lo skip. Un po’ poco per una formazione di questo calibro.

Nel complesso, “The 2nd Law” non è esattamente un capolavoro ma è un album comunque pieno di coraggio e voglia di provare, composto dando libero sfogo alla creatività e senza la paura di mettersi completamente in gioco. Cosa che, di questi tempi, non è poi così scontata.

Claudia Falzone


YouTube

Condividi.