Nickelback – No Fixed Address

nickelback-no-fixed-address-recensione 2/5
Buco nell'acqua clamoroso, quattro pezzi passabili su undici è qualcosa che nemmeno chi li odia avrebbe potuto pensare accadesse.

Il nuovo album dei Nickelback fa ben sperare non appena si preme play. “Million Miles An Hour” ci inganna sull’effettiva portata di “No Fixed Address”, ottavo studio record dei Nostri e album del ritorno sotto l’ala di Universal (Republic Records). La produzione fa capire subito che qualcosa è cambiato: filtri vocali più influenti del solito, impatto frontale ma assai meno ruvido del passato. “Edge Of A Revolution” è il classico bel singolo di lancio di Kroeger e compagni, anthemica e muscolare. Non inventa nulla, ma trascina come al solito. E poi basta.

Basta, esatto. Dopo quest’apertura ci addormentiamo senza possibilità di scampo. “What Are You Waiting For” è, parimenti al precedente, il classico singolo di lancio per le pop radio americane. E a questo eravamo abbondantemente preparati. “She Keeps Me Up” arriva a disintegrare qualsiasi certezza che potevamo avere relativamente alla nuova release della band canadese. Una sorta di C-side da Stayin’ Alive agghindata con un afflato pop che fa accaponare la pelle: un assist perfetto per i milioni di detrattori del quartetto.

Si prova a tornare in carreggiata con “Make Me Believe Again”, dotata di un ritornello figo; “Satellite” distrugge nuovamente qualsiasi residua speranza: scontatissima, lenta e ruffiana. Sì ok, come buona parte dei loro pezzi. Questa è tremendamente insipida. “Get ‘Em Up” avrebbe avuto un impatto devastante nei lavori precedenti, a questo giro la produzione imbarazzante (avere un batterista eccellente come Adair e affossarlo con questi suoni indecenti è un’operazione da malati di mente) la annienta sin dall’inizio.

“The Hammer’s Coming Down” ha un’intro che sembra adatta agli Epica (o a una qualsiasi altra symphonic metal band). Lo sviluppo del pezzo è interessante, benchè non abbia praticamente impatto chitarristico. Si arriva ahinoi all’oscena tripletta conclusiva: “Miss You” è dei One Direction in realtà, ditecelo che ci state trollando ragazzi vi prego! La collaborazione con Flo Rida con tanto di fiati potrebbe anche essere carina se fosse su un EP o comunque una bonus track. “Sister Sin” è la classica traccia country dei Nickelback che sa tanto di (ennesimo) filler. Al termine di un disco simile, nemmeno una “Animals” avrebbe potuto salvare la situazione.

Buco nell’acqua clamoroso, quattro pezzi passabili su undici è qualcosa che nemmeno chi li odia avrebbe potuto pensare accadesse. E’ possibile che dal vivo qualcosa funzioni eccome, con qualche tonnellata di decibel in più e senza levigature di un sound studiato apposta per avvicinare ascoltatori ancora più occasionali e ben lontani dal loro classico rock muscolare. Perchè tutto questo?

Paolo Sisa

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