Offlaga Disco Pax Gioco Di Societa

2.5/5
Dopo una assenza dalle scene musicali italiane durata ben 4 anni (erano i tempi di Bachelite, nel lontano 2008), tornano i reggiani Offlaga Disco Pax con il loro terzo album di studio, intitolato Gioco Di Società. I temi sono quelli di sempre: storie di quartiere, vita estratta per fotogrammi, partecipazione politica, una fantasmagoria di sensazioni

Dopo una assenza dalle scene musicali italiane durata ben 4 anni (erano i tempi di Bachelite, nel lontano 2008), tornano i reggiani Offlaga Disco Pax con il loro terzo album di studio, intitolato Gioco Di Società.
I temi sono quelli di sempre: storie di quartiere, vita estratta per fotogrammi, partecipazione politica, una fantasmagoria di sensazioni scomode e pensieri ingombranti, brillantemente filtrati dalla voce ferma di Max Collini, accompagnata dal consueto corredo elettronico e strumentale ad opera di Daniele Carretti ed Enrico Fontanelli.

Si parte con Palazzo Masdoni, dove l’incalzante pennellata narrativa viene tratteggiata da echi sempre crescenti di elettronica (fino ad un lungo sfogo noise a sigillo conclusivo del brano). Il testo parla della sede del Partito Comunista Italiano a Reggio Emilia, luogo della militanza giovanile di Max Collini.
Si continua con Piccola Storia Ultras, che ci riporta ai toni e ai cori degli ultras reggiani negli anni settanta, e al già citato stadio Mirabello (nella loro Robespierre).
Caso particolare è quello di Tulipani, uno dei pochi brani non ambientati nei luoghi di provenienza del trio: Dedicato al ciclista olandese Joahn Van Der Velde, andato in fuga durante la quattordicesima tappa del Giro d’Italia nel 1988 ma che, colpito da un principio di assideramento a causa delle basse temperature, dovette fermarsi, completando il percorso con ben 47 minuti di ritardo.
Infine una nota di merito riserva la traccia Desistenza. Ancora una volta è l’Emilia-Romagna il luogo scelto per parlare di sé: Ce lo dice “la sua fotografia sotto al cartello di Via dell’Inferno” (via nel centro storico di Bologna), appesa in camera del narratore. Ed è tra il letto e la cucina, luoghi della vita quotidiana, che si snoda (sopra una linea di basso curiosamente simile a Take A Look Around dei Limp Bizkit) una sarcastica riflessione, una falsa richiesta a desistere – come una fotografia che si lascia spostare dalla cornice per essere nascosta chissà dove, fino al punto di scomparire del tutto.

Dal punto di vista musicale, gli ODP si ripresentano con toni nettamente più cupi rispetto ai lavori precedenti. I loro accompagnamenti minimali lasciano ben poco spazio ai riff caotici di synth e chitarre a cui ci hanno abituato nel passato, dando in compenso un maggiore risalto a ciò che vogliono raccontare, a cosa la fervida narrativa di Max Collini ha da dire sui luoghi che li hanno visti crescere, fare scelte, sperimentare. Un lavoro introspettivo, che come insegna il vivere comune, difficilmente può affascinare chi non condivida le medesime idee e esperienze dell’autore.  Certamente un lavoro toccante per chi li ha sempre seguiti,  e per chi ha le affinità giuste per sentire come proprie queste storie.

Andrea Suverato


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