Okkervil River – I Am Very Far

Okkervil River I Am Very Far /5
Gli Okkervil River sono sempre stati bulimici: testi lunghissimi sforzati fuori dalla metrica, album che si susseguono l’uno dopo l’altro inframmezzati da altrettanti Ep. D’altronde, la creatività di Will Sheff, uno dei più dotati songwriter contemporanei, non è cosa che si riesca a tenere al guinzaglio, come già era stato dimostrato dal secondo capitolo di

Gli Okkervil River sono sempre stati bulimici: testi lunghissimi sforzati fuori dalla metrica, album che si susseguono l’uno dopo l’altro inframmezzati da altrettanti Ep. D’altronde, la creatività di Will Sheff, uno dei più dotati songwriter contemporanei, non è cosa che si riesca a tenere al guinzaglio, come già era stato dimostrato dal secondo capitolo di “Black Sheep Boyo dallo sviluppo all’inizio ipertrofico del progetto Shearwater. Certo, la grandeur di “I am very far” è qualcosa che nessuno si aspettava: già nel pezzo di apertura entrano in gioco due batterie, due pianoforti, due bassi e sette chitarre, e in tutto il resto del disco gli arrangiamenti, coraggiosi soprattutto sul piano ritmico, si spingono praticamente ovunque, fra nastri adesivi strappati per dare il tempo e cassetti aperti e chiusi con violenza, o passeggiate sonore dove il ritmo dei piedi diventa base. Che dire, non male, anzi benone. Bravo Will, stavolta anche produttore, quindi più libero di “scrivere quello che mi pare, non dovermi sentire per forza compiacente nei confronti del pubblico”. Bravo Will, reduce con tutta la band dall’esperienza di backing nell’ultimo tour di Roky Erickson, nume tutelare della psichedelia dei tempi d’oro con i suoi 13th Floor Elevators, che di sicuro lo ha ispirato in questo nuovo corso più energico e di rottura.

Eppure qualcosa non va: sarà che manca l’omogeneità dei lavori precedenti, cosa già evidente dallo stacco brutale fra l’introduttiva “The Valley”, magnetica nella sua oscurità disperata, e la successiva “The Piratess”, che è poco più di una ballatona pop nonostante alcune idee interessanti, sarà che manca quell’introspezione che strappava il cuore ed era la loro più affascinante caratteristica (in realtà, quella manca da “Black Sheep Boy”) che in questo caso non è, come nei due dischi precedenti, sostituita da una trascinante attitudine rock’n’roll, ma senza dubbio il disco non coinvolge.Non ci riesce quando gioca la carta dell’orchestrazione potente sulla scia degli Arcade Fire, come nel singolo “Wake and be Fine”, e non ci riesce quando smorza i toni e cerca la rarefazione: “Show Yourself”, noia allo stato puro come non ce ne avevano mai fatta assaggiare, è un duro colpo per qualunque fan. Rimangono le consolazioni di “Rider”, “We Need a Myth”, e della conclusiva “The Rise”, senza dubbio lontanissima, anche lei, da quello a cui eravamo abituati, ma quanto mai ben scritta, soprattutto grazie alle derive corali che la allungano fino a sei minuti. Niente da fare: come spesso succede, ad essere troppo liberi e a dimenticarsi il pubblico, si rischia di compiacere solo se stessi.

Francesca Stella Riva

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