Olafur Arnalds Another Happy Day

Ólafur Arnalds Another Happy Day Recensione 3.5/5
Il genio malinconico di Ólafur Arnalds spesso non ha bisogno di parole per manifestarsi. La sue note fredde e taglienti come il vento d’Islanda avvolgono e disorientano l’ascoltatore, per poi lasciare insinuare tra le loro spire folate più gentili, che trasportano l’eco di un qualche calore ben celato. Del resto è stata proprio la grande

Il genio malinconico di Ólafur Arnalds spesso non ha bisogno di parole per manifestarsi. La sue note fredde e taglienti come il vento d’Islanda avvolgono e disorientano l’ascoltatore, per poi lasciare insinuare tra le loro spire folate più gentili, che trasportano l’eco di un qualche calore ben celato. Del resto è stata proprio la grande carica emotiva delle sue composizioni a ispirare il regista Sam Levinson per il suo film “Another Happy Day“, che volle fortemente il giovane polistrumentista islandese come autore della colonna sonora di questo.

Un lavoro superbo, contando che la sua intera produzione è durata solamente due settimane – un tempo così iniquo e una pressione così grande per un giovane artista, alla prima colonna sonora ufficiale per un film di livello internazionale.

Dieci composizioni in puro stile neo-classica, minimaliste con un tocco di elettronica, senza la necessità di grandi exploit, sia dal punto di vista del numero di strumenti impegnati per traccia, che da quello della tecnica. Tra queste vi è la duettante “Lynn’s Theme”, dove al pianoforte si contrappongono cupi violini che poi volgono verso rapide ascese, per poi spegnersi improvvisamente nel finale, e la splendida “Autumn Day”, dove gli stessi violini proseguono tra volute più ampie e accompagnate da un gran corredo d’archi. Ma è nel brano di mezzo, “Poland”, che Olafur Arnalds mostra al meglio lo spessore emotivo delle proprie composizioni: questo perché sin dal principio questa traccia non è stata altro che una estroflessione del suo spirito, poiché nacque come una improvvisazione che fece durante un concerto a “Poznań” (da cui il suo nome), e perché questa, più di ogni altra traccia del disco, sa coinvolgere e spiazzare l’ascoltatore, rubandogli e ridonandogli calore come lui sa fare, così, a piacimento.

Andrea Suverato


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