One Dimensional Man – A Better Man

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Non fatevi ingannare dall’apertura tranquilla della title track: a sette anni di distanza da Take Me Away il suono degli One Dimensional Man è più feroce che mai. Il loro quinto album segna il ritorno in formazione di Giulio Ragno Favero, uscito dal gruppo dopo You Kill Me, e rappresenta sicuramente il progetto più ambizioso

Non fatevi ingannare dall’apertura tranquilla della title track: a sette anni di distanza da Take Me Away il suono degli One Dimensional Man è più feroce che mai. Il loro quinto album segna il ritorno in formazione di Giulio Ragno Favero, uscito dal gruppo dopo You Kill Me, e rappresenta sicuramente il progetto più ambizioso finora intrapreso dalla band veneziana, a cominciare dagli ospiti internazionali: Eugene Robison degli Oxbow e Justin Trosper degli Unwound fanno la loro apparizione, mentre tutti i testi sono stati scritti dal poeta australiano Rossmore James Campbell.

Il successo ottenuto negli ultimi anni dal Teatro degli Orrori, side project del leader Pier Paolo Capovilla, sembra avere fatto bene anche al gruppo principale: This hungry beast colpisce duro con il suo cantato a metà tra Jesus Lizard e il Nick Cave più esagitato, mentre Ever smile again condisce il consueto assalto sonoro con inediti accenti funk. Rispetto al passato i pezzi si concedono numerose divagazioni, come nell’intermezzo elettronico-tribale di Fly, al quale forniscono un contributo fondamentale Sir Bob Cornelius dei Bloody Beetroots e Jacopo Battaglia degli Zu.

I punti deboli dell’album si notano invece quando la band non si sforza di innovare il proprio stile, come nell’urlata The measure of my breath. Molto meglio quando entrano in scena suoni da lounge fumoso, violini e cori quasi gospel (Ever Sad), oppure nel breve sketch lo-fi di Too much.
C’è spazio anche per l’elettronica, con la cover di Face on breast di Scott Walker. Un esperimento non perfettamente riuscito, visto che Capovilla e compagni sembrano più a loro agio con chitarra, basso e batteria, ma comunque una direzione interessante per i lavori futuri.

Chiusura scurissima con This strange disease, che si conclude con un’esortazione bisbigliata: “Come on, let’s go”. Dove ci vogliano portare gli One Dimensional Man non è dato sapere, ma fino a quando continueranno a produrre dischi come questo continueremo tranquillamente a farci guidare.

Giorgio Bonomi

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