Pain Of Salvation – Road Salt Two

Pain Of Salvation Road Salt Two Recensione /5
Continua il viaggio negli anni 70 da parte di Gildenlow e soci in quella che sembra proprio essere la nuova vita della band. Se con “Road Salt One” i Pain Of Salvation hanno iniziato a ricostruire il proprio sound e per farlo hanno dovuto ricominciare dal primo mattone, con “Road Salt Two” (composto contemporaneamente al

Continua il viaggio negli anni 70 da parte di Gildenlow e soci in quella che sembra proprio essere la nuova vita della band. Se con “Road Salt One” i Pain Of Salvation hanno iniziato a ricostruire il proprio sound e per farlo hanno dovuto ricominciare dal primo mattone, con “Road Salt Two” (composto contemporaneamente al precedente) i Nostri aggiungono un po’ di sovrastruttura, sempre restando su coordinate squisitamente vintage. Questo nuovo capitolo è un po’ più oscuro e sicuramente più blues del precedente pur continuano a giocare con psichedelia e rock duro e cercando di mantenere più o meno a freno una sorta di grezza energia primitiva.

Il lavoro ha un andamento molto cinematografico, si apre (e si chiude) con una breve orchestrazione dal sapore indo-cinese, per poi lasciare spazio alle distorsioni cupe e roche di “Softly She Cries”. Il riff portante, se solo fosse stato ribassato di un paio di ottave e ingrassato a dovere, potrebbe essere scappato dalla penna di Tony Iommi e, come se non bastasse, lo spettro del baffuto dinosauro emerge in altri frangenti come in “Conditioned” (che oltre ad essere un collegamento con la “Linoleum” del precedente capitolo, è un’evidente rivisitazione di “Supernaut”) o in “Eleven”.

Le sorprese sono ovviamente dietro l’angolo, vi stupirete infatti trovandovi in mezzo a “Healing Now” intrisa com’è della vena folk degli Zeppelin, o alla morriconiana “To The Shoreline” o a “Through The Distance”, che in qualche modo ci ha ricordato la Cinematic Orchestra di Ma Floeur.

Il disco ‘nero’ non ha quindi nulla da invidiare al gemello ‘bianco’ cui è legato indissolubilmente. Di conseguenza se avete apprezzato “Ivory” allora “Road Salt Two” sarà il benvenuto, altrimenti evitatelo. A questo punto della storia dei Pain Of Salvation c’è un fatto incontrovertibile da considerare: Daniel Gildenlow sembra voler puntualizzare tramite questi lavori che si è stufato del metal progressivo e molto probabilmente del metallo in generale. Se volete ancora quelle sonorità, è meglio che cerchiate nel passato della band piuttosto che nel presente e, probabilmente, nel futuro.

Per chi scrive, i due Road Salt rappresentano uno degli apici compositivi di questa band, capace di reinventare il proprio sound in qualcosa di completamente diverso ma non meno intrigante.

Stefano Di Noi

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