Paul Banks Banks

Paul Banks Banks 3/5
Paul Banks non è un tipo che fa musica allegra: lo dimostra ampiamente sia la sua carriera come frontman degli Interpol, che il primo dei suoi lavori da solista (con lo pseudonimo Julian Plenti). “Banks”, secondo album personale del cantante e chitarrista Newyorkese, è un lavoro che si potrebbe definire allo stesso tempo classico e

Paul Banks non è un tipo che fa musica allegra: lo dimostra ampiamente sia la sua carriera come frontman degli Interpol, che il primo dei suoi lavori da solista (con lo pseudonimo Julian Plenti). “Banks”, secondo album personale del cantante e chitarrista Newyorkese, è un lavoro che si potrebbe definire allo stesso tempo classico e innovativo.

Se da un lato, infatti, è facilmente rilevabile il suo marchio di fabbrica, dall’altro ci sono alcuni pezzi che sorprendono per un’inconsueta leggerezza, e perché si distanziano un po’ dall’orizzonte musicale a cui Banks ci aveva abituati. Così ci si imbatte in “Over My Shoulder”, in cui spicca una linea di chitarra semplice ed accattivante, “Young Again”, e soprattutto “Lisbon”, brano strumentale riflessivo, di piacevolissimo ascolto: è il tipico pezzo che ti accompagna mentre ti perdi nei tuoi pensieri, non li invade ma li sa accompagnare dolcemente. Come anticipato, non mancano poi pezzi come “The Base” e “Paid For That”, che richiamano alla mente i più classici Interpol e costituiranno la parte maggiormente apprezzata dai fan del gruppo.

Filo conduttore di tutto il lavoro è la vena compositiva di stampo riflessivo e sicuramente un po’ cupo di Banks, abituato a sfornare canzoni tanto intense quanto introspettive. 
Se il difetto maggiore degli Interpol è quello di creare pezzi piuttosto simili tra loro per sonorità e struttura, possiamo dire che con questo album Paul Banks è riuscito in parte ad evitare il problema, aprendosi a creazioni e sperimentazioni un po’ distanti dal suo solito repertorio, senza mai però separarsi dallo stile che l’ha reso famoso e da sempre lo contraddistingue.

Marco Bassano

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