Pearl Jam Lightning Bolt

3/5
Ci sono band che sfornano album nell’indifferenza più totale ed altre che, per ogni mossa che fanno, sono circondate da aspettative stratosferiche. Alla seconda categoria appartengono i Pearl Jam, la cui nuova release Lightning Bolt è stata pompata da un hype stratosferico. In fondo il precedente Backspacer, seppur non fosse il disco della vita dei

Ci sono band che sfornano album nell’indifferenza più totale ed altre che, per ogni mossa che fanno, sono circondate da aspettative stratosferiche. Alla seconda categoria appartengono i Pearl Jam, la cui nuova release Lightning Bolt è stata pompata da un hype stratosferico. In fondo il precedente Backspacer, seppur non fosse il disco della vita dei nostri, aveva un bel tiro e risultava autentico. Ad aggiungere interesse mediatico, e non solo, per questa nuova uscita ci aveva pensato qualche mese fa Mike McCready, chitarrista della formazione statunitense, che aveva dichiarato che il nuovo prodotto avrebbe avuto quel quid sperimentale che era mancato nel predecessore.

Il giorno tanto atteso è arrivato e, a malincuore, dobbiamo ammettere che l’entusiasmo non è stata la sensazione che l’ha fatta da padrona. A partire da Mind Your Manners, brano punkettone in cui Eddie Vedder tira fuori una vocalità rabbiosa. Purtroppo, bisogna riconoscere che il primo estratto da Lightning Bolt vince il premio come peggior singolo rappresentativo di un album. Oltre a non aver colpito già dall’inizio, non c’entra assolutamente nulla con gli altri pezzi. Sirens, al contrario, è una bellissima ballad in puro stile Pearl Jam: avvolgente, suadente, toccante, strumentalmente azzeccata. Insomma, il classico mix emotivo al quale ci ha abituati, nel corso degli anni, la band di Seattle. Peccato che nemmeno questo secondo singolo sia indicativo del mood del disco. Anzi, in tutta onestà, non c’è un filo conduttore tra i brani nemmeno a volerne trovare uno.

Getaway è un concentrato rockettaro tutto riff, che sarà particolarmente apprezzata dai musicisti virtuosi ma non dal seguito del gruppo, mentre Father and Son è un disperato tentativo di trovare nuove soluzioni, senza riuscire ad essere del tutto convincenti. Ad interrompere questi episodi che lasciano perplessi, finalmente interviene Pendulum: eterea, ovattata, che ti prende di pancia e ti trasporta in un’altra dimensione, cullati dalla voce di Vedder che, su queste note, è più bella che mai. In tutta onestà anche il set di chiusura dell’album non è affatto male, con tre brani che cambiano totalmente registro: Sleeping By MySelf, già edita e pubblicata nell’album solista di Edward Severson (questo il nome all’anagrafe di Vedder) Ukulele SongsYellow Moon e Future Days che riportano il frontman nel territorio in cui, attualmente, regala le canzoni migliori: il folk.

Tirando le somme, non si può dire che Lightning Bolt sia un album di fattura scadente, tutt’altro. Il suo grande problema è che è totalmente discontinuo, una montagna russa fatta di altissimi (pochi) e bassi in cui si fatica a capire dove si stia andando a parare. Con, in più, la personalissima ed amara consapevolezza da fan della prima ora che, purtroppo, i picchi compositivi dei primi tre album non verranno mai più raggiunti. Ma questa è un’altra storia…

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