Pixies, Indie Cindy

pixies-indie-cindy-recensione 4/5
Dopo 23 anni possiamo finalmente ufficializzare l’uscita del quinto album in studio dei Pixies, “Indie Cindy”, nato dalla fusione dei 3 EP rilasciati negli ultimi 18 mesi.

“Indie Cindy” aggiunge un nuovo tassello alla non foltissima discografia dei Pixies – spero non ci sia bisogno di presentazioni. D’accordo: l’attesa è stata smorzata dalla reunion, avvenuta ormai più di dieci anni fa, e dal fatto che le 12 tracce di cui si compone il disco sono state pubblicate nei 3 EP della produzione 2013-14. Se non possiamo allora parlare di sollievo e gioia dopo un’attesa estenuante è sempre bello, tuttavia, poter render conto del nuovo capitolo discografico di una band così importante, soprattutto se avete intenzione di accaparrarvi il doppio vinile con cui “Indie Cindy” è stato dato alle stampe – sorrideranno compassionevoli i fan in possesso delle edizioni limitate stampate in occasione del Record Store Day, mentre i meno arditi possono ancora declinare sulla poco impegnativa soluzione del digipack CD.

Se in fase di produzione il burbero Black Francis non ha voluto azzardare alcunché di nuovo, restaurando l’antica collaborazione con Gil Norton, già all’opera in “Doolittle”, “Bossanova” e “Trompe le Monde”, la formazione per contro offre l’elemento di rottura col passato, cioè l’assenza della storica bassista Kim Deal, rimpiazzata da Simon “Dingo” Archer – solo in “Women of War” a suonare c’è un pezzo da novanta come Paz Lenchantin, già in gruppetti come Smashing Pumpkins e A Perfect Circle.
Come suona “Indie Cindy”? Ha le velleità della raccolta o l’identità forte di un album vero? La ragione credo sia nel mezzo, poiché se è possibile, da un lato, tracciare una coerente linea di continuità sonora che unisce le dodici tracce, dall’altro non registriamo picchi, alti o bassi, nell’ascolto, né ci perdiamo in meditati ed eventuali imprevisti che squarciano la fruizione. D’altronde non è mai stata, questa, una prerogativa dei Pixies. I dodici brani hanno tutti qualcosa da dire, il che implica un voto positivo al disco: scorrono una dietro l’altra come fosse un Greatest Hits.

Dal piglio grungy di “What goes Boom” alla distensiva “Jaime Bravo”, passando per brani come “Bagboy”, “Magdalena 318” e “Ring the Bell” si respira comunque un po’ tutto il mondo Pixies, sempre sospeso tra Garage Rock e Power Pop, sempre influenzato dalla scena Surf e contrassegnato da quel modo di fare ed essere tanto personale quanto influente in mezzo mondo della musica alternativa, che la band di Boston ha contribuito a rifondare. Questo disco, tuttavia, testimonia soprattutto una rinnovata vena pop nel songwriting di Frank Black, evidente soprattutto nelle dolci linee melodiche di “Andro Queen” o della title-track “Indie Cindy”.
Conviene azzardare scomodi paragoni con il passato? Ne dubito. Oltre ad essere sconveniente credo sia soprattutto inutile. La verità è che i Pixies sono qui per capitalizzare quanto di buono è stato fatto nel passato – e il fatto che se ne parli apertamente mi sembra un gesto di massimo rispetto nei confronti del pubblico. D’altronde, se vendi oggi le 5000 copie che hai stampato ieri, vuol dire che il pubblico è ancora dalla tua parte.


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