PJ Harvey – Let England Shake

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Arriva a quattro anni di distanza da “White Chalk”, l’ottavo album di PJ Harvey. Probabilmente, accanto a Bjork e Tori Amos, la cantante che più ha segnato gli ultimi vent’anni del rock d’autore (non a caso le tre sono state immortalate insieme sulla copertina di un vecchio numero di Q). E “Let England Shake” si

Arriva a quattro anni di distanza da “White Chalk”, l’ottavo album di PJ Harvey. Probabilmente, accanto a Bjork e Tori Amos, la cantante che più ha segnato gli ultimi vent’anni del rock d’autore (non a caso le tre sono state immortalate insieme sulla copertina di un vecchio numero di Q). E “Let England Shake” si presenta subito come un disco bivalente, nella forma e nel contenuto lirico. Un’altra tappa nella ridefinizione dello stile di PJ.

Musicalmente le affinità col minimalismo del predecessore sono numerose. “White Chalk” era stato un lavoro di svolta, costruito intorno a brani più raccolti e meno ruvidi rispetto al passato. “Let England Shake” prosegue grossomodo sulla stessa falsariga, attraverso un rock intriso di folk e dall’organico piuttosto parco: prevalenza della chitarra acustica, o leggermente elettrificata, percussioni mai invadenti, qualche intrusione di fiati e piano, più l’ormai immancabile autoharp. Il delicato folk di “Hanging In The Wire” e l’amara ballata “On Battleship Hill” si mostrano profondamente legate all’esperienza passata, mentre la rapida “Little Branches” e la cinica “The Words That Maketh Murder” sono gli unici sussulti realmente rock di tutta l’opera. Molto azzeccato risulta l’uso degli ottoni (sassofono e trombone): questi acuiscono il senso di mesta elegia in “All And Everyone”, mentre donano un tocco quasi jazzy a “The Last Living Rose”, fra le canzoni più orecchiabili mai scritte dalla cantautrice (e per un attimo par di vedere i Morphine spuntare dietro l’angolo). La voce di PJ ormai la conosciamo, ma col tempo ha imparato a limare le asprezze e, se possibile, a rendersi ancor più duttile: prova ne sono “England”, in cui la cantante si esibisce in una sorta di semi lallazione a mo di filastrocca storpia interpretata con grande forza drammatica, e “Written On The Forehead”, nella quale il reggae contamina il folk.

A livello di testi, invece, il distacco dalle ultime prove è netto. Laddove “White Chalk” e il disco scritto insieme a John Parish (presente anche qui, in duetto su “The Colour Of The Earth”), “A Woman A Man Walked By” (2009), rappresentavano un formidabile scavo psicanalitico da parte della cantante inglese, nel tentativo di mettere ordine nei suoi lacerti interiori, al contrario “Let England Shake” prende spunto dalla storia dell’imperialismo della sua Inghilterra per raccontare la violenza e la disumanità della guerra, di ogni guerra. Si direbbe quasi un disco politico, non fosse che nel nostro caso la narrazione prende il posto dei tipici slogan ‘barricaderi’. E l’ironia si fa spesso sentire, come nella fanfara militare presente in “The Glorious Land”, peraltro uno degli episodi migliori, dotato di un crescendo davvero coinvolgente.

Oggi PJ Harvey è ormai un classico. Certo, rispetto ai suoi esordi e al suo momento di maggior fulgore (anche commerciale), manca qualcosa. Le dissonanze ormai trovano quasi sempre consonanze che le acquietino, il blues rock isterico di un “Rid Of Me” (1993) si è disteso nel folk. Manca quell’impulso quasi schizofrenico che la contraddistingueva. Eppure compone ancora dischi significativi. “Let England Shake” lo è. La bellezza della sua musica è ancora viva.

Stefano Masnaghetti

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