[Post Punk] The Fall – Your Future Our Clutter (2010)

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http://www.visi.com/fall/http://www.dominorecordco.com/ Il nuovo album da studio dei Fall esce a due anni di distanza da “Imperial Wax Solvent”. E questa è già una notizia, dato che Mark E. Smith non è solito far trascorrere così tanto tempo fra un’uscita e l’altra della sua creatura. 28 dischi in 31 anni la dicono lunga su tale smania


http://www.visi.com/fall/
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Il nuovo album da studio dei Fall esce a due anni di distanza da “Imperial Wax Solvent”. E questa è già una notizia, dato che Mark E. Smith non è solito far trascorrere così tanto tempo fra un’uscita e l’altra della sua creatura. 28 dischi in 31 anni la dicono lunga su tale smania compositiva.

Considerazioni statistiche a parte, la vera (buona) notizia è che la band non ha mollato la presa e, dopo il convincente “Reformation Post TLC” e l’ottimo sopracitato predecessore, “Your Future Our Clutter” conferma il ritrovato spirito di Smith, aiutato da un gruppo ormai affiatato – la line – up è la stessa del precedente – e capace di assecondare le tirate deliranti del leader, che in “Bury Pts. 1 + 3” parla di composizioni francesi per flauto, di mettersi una catena intorno al collo quale nuovo modo per registrare e di molto altro. Anche se oggi nei suoi monologhi non mancano i momenti autobiografici: così in “Chino”, ad esempio, Mark rimugina sui suoi recenti problemi di salute, aiutato da una base musicale che cita gli sfondi industriali della Sheffield degli ultimi anni Settanta, quando Throbbing Gristle, Cabaret Voltaire e Clock DVA terrorizzavano la città inglese e il mondo intero.

Musicalmente “Your Future Our Clutter” non offre particolari novità. Chi già conosce il post punk sghembo e parossistico dei Fall non avrà nulla di cui stupirsi, semplicemente rincontrerà un vecchio amico, per l’ennesima volta. A parte qualche singolo spunto, come lo strambo tex – mex di “Cowboy George” o il rockabilly simil Heavy Trash di “Hot Cake”, le altre composizioni vivono dei consueti strati di chitarra, basso e batteria che si protraggono ‘monotoni’ per tutta la loro durata, disturbati da ronzii e altri rudimentali effetti elettronici che creano gorghi di psichedelia malata e ritraggono in modo efficacissimo ossessioni e alienazioni di Smith e compagni. Rispetto a “Imperial Wax Solvent” c’è forse un po’ meno varietà nelle soluzioni delle singole tracce, ma l’album risulta più compatto e persino più aggressivo. I primi brani sono più diretti e combattivi, mentre verso la fine dell’opera si assiste ad un incupimento del suono e delle atmosfere, che riecheggiano quelle di P.I.L. e Killing Joke, e che nella conclusiva “Weather Report 2” si fanno minacciose e venate di noise e industrial, in un mix di battiti alla Suicide e vibrazioni alla Throbbing Gristle.

Rispetto ad altre band nate durante l’ormai vecchia nuova onda di trent’anni fa, i Fall non hanno mai registrato un capolavoro epocale, in grado di segnare quel particolare periodo storico, come hanno fatto, ad esempio, Joy Division, Talking Heads e Television (ma la lista sarebbe lunga). Eppure molti dei fuoriclasse dell’epoca sono ormai sciolti da decenni, mentre il complesso di Manchester è ancora fra noi, tuttora in grado di scrivere ottima musica all’altezza della sua storia. Una certezza. Come un amico fidato.

Stefano Masnaghetti   

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