[Post Rock] Massimo Volume – Cattive Abitudini (2010)

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www.massimovolume.itwww.latempesta.org Dopo undici anni ritornano. Chi se lo aspettava, no? Undici lunghi anni da “Club privè” del 1999. Uno dei gruppi italiani più importanti di sempre. Un gruppo dalla forte unicità in terra di cloni. Massimo Volume. Ritiratisi intelligentemente al momento giusto. Poi tra romanzi di Emidio Clementi, progetti paralleli, dischi solisti, rieccoli insieme. Ritrovarsi. Ritrovare



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Dopo undici anni ritornano. Chi se lo aspettava, no? Undici lunghi anni da “Club privè” del 1999. Uno dei gruppi italiani più importanti di sempre. Un gruppo dalla forte unicità in terra di cloni. Massimo Volume. Ritiratisi intelligentemente al momento giusto. Poi tra romanzi di Emidio Clementi, progetti paralleli, dischi solisti, rieccoli insieme. Ritrovarsi. Ritrovare i fan, vecchi e nuovi. Quanti avrebbero voluto ancora riascoltarli dal vivo? Molti.

Ritornati nel 2008 con un concerto al Traffic Festival di Torino e con una tournée successiva in tutta Italia, hanno già fatto uscire un disco live a testimonianza del nuovo-vecchio corso ripreso. Ci sono ancora tutti.  Emidio “Mimì” Clementi (voce, basso), Egle Sommacal (chitarra), Vittoria Burattini (batteria). Con loro la new entry Stefano Pilla (chitarra), già in molti apprezzati progetti.

“Chi l’avrebbe mai detto di ritrovarci qui, giugno 2010, in un pomeriggio di pioggia e di sole, seduti di fronte alle nostre parole”, parole esplicative sul loro ritrovarsi, tratte dal primo brano “Robert Lowell”, dedicato all’omonimo poeta confessionale americano di cui Mimì è gran cultore e da cui trae ispirazione.

Stupido da dirsi, ma non così scontato, “Cattive abitudini” è un album totalmente dal timbro Massimo Volume. Ritroviamo ancora tutto, un disco che scorre come un’atmosfera fuori dal tempo. Poesia, spoken word, atmosfere post rock, ispido e sferzante post punk. La voce di Mimì che ci conduce per mano tra le emozioni dei suoi racconti minimalisti e confessionali e di “vita normale”, la batteria marziale di Vittoria, e gli incroci di chitarre, due ora, che tessono le trame atmosferiche, creando il foglio per la scrittura di Clementi. Musica e letteratura rimangono ancora in un forte legame. Anzi indissolubile.

Sembra di trovarsi a cavallo tra “Stanze” e “Da qui”. Un ritorno tanto atteso, che sposta il passato all’adesso. Il ritrovarsi non ha messo più carne al fuoco. Saggia questa scelta. In questo disco viene a mancare un corpus che scaldi ancora come i loro più vecchi brani, che riaccenda micce di emozioni. Tutto ben architettato, realizzato e registrato anche se il disco sfugge un po’ tra le dita. Le vette dei primi dischi sono irraggiungibili, forse nei diagrammi fatti a tavolino sono variate urgenza, tensione, e la prosa, diversa, non qualitativamente, ma a tratti forse meno abrasiva nello spulciare il quotidiano.

Luca Freddi

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