[Post Trip Hop] Tricky – Mixed Race (2010)

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http://www.trickysite.com/http://www.dominorecordco.com/ Rimanere incollati all’etichetta di trip hop, nell’affrontare il nuovo disco di Tricky, che all’epoca del suo esordio con “Maxinquaye” e delle collaborazioni coi Massive Attack ha contribuito a definire i contorni delle sonorità cupe del Bristol Sound, risulta per forza di cose limitante. Questo perché “Mixed Race”, come già suggerisce il titolo, è un


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Rimanere incollati all’etichetta di trip hop, nell’affrontare il nuovo disco di Tricky, che all’epoca del suo esordio con “Maxinquaye” e delle collaborazioni coi Massive Attack ha contribuito a definire i contorni delle sonorità cupe del Bristol Sound, risulta per forza di cose limitante. Questo perché “Mixed Race”, come già suggerisce il titolo, è un crogiolo di spunti, suggestioni e influenze provenienti non solo da tutto il mondo, ma anche dai più svariati generi musicali.

Certo, rimane una traccia delle radici bristoliane di Adrian Thaws, soprattutto in tracce dure e claustrofobiche come “Ghetto Stars”, ma per il resto risulta davvero difficile, come già nei suoi ultimi album, inquadrare la musica di quel Tricky Kid che sempre riesce a fare a modo suo. C’è la dancehall, per forza di cose, dato che il primo singolo di “Mixed Race” è la cover di un brano del giamaicano Echo Minott, rifacimento che tra l’altro tradisce l’apertura di Tricky verso atmosfere più aperte e solari, fino a far addirittura venir voglia di accennare un paio di passi di danza in un pezzo come “Time to Dance” (e del resto il titolo non poteva essere più esplicito). Il che, per uno che ci aveva abituati a inferni dietro l’angolo non è certo cosa da poco. C’è il jazz (“Come to Me”), l’hip hop (“Bristol to London”). L’elettronica (“Kingston Logic”). Addirittura, in “Hakim” si ritrovano suggestioni etnoarabeggianti.

Insomma, con “Mixed Race” Tricky si definisce sempre più come oggetto impossibile da definire. E per acuire questa sensazione di molteplicità, arruola voci da mezzo pianeta. C’è innanzitutto Franky Riley, la cantante italo-irlandese che lo accompagna per buona parte del disco. Poi, dalla Scozia, c’è “un certo” Bobby Gillespie (Primal Scream, vi dicono niente?), che canta per Tricky in “Really Real”. Dall’Algeria Hakim, che canta nell’omonimo brano sopracitato. Terry Lynn dalla Giamaica, a prestare la grinta delle proprie liriche in “Kingston Logic”. Blackman e il fratello di Tricky, Marlon Thaws, dall’Inghilterra, a stabilire un’ideale asse musicale Londra-Bristol in “Bristol to London”. Come si diceva, c’è di tutto un po’, spesso con risultati notevoli. L’unica cosa che manca è la coesione di fondo tra i dieci brani che compongono il disco per una mezz’ora scarsa di musica, ma l’impressione è che a uno come Tricky non importi neanche più di tanto. Ciò che conta, in fondo, è la mescolanza.

Marco Agustoni

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