[Psichedelia/Elettronica] Gonjasufi – A Sufi And A Killer (2010)

/5
http://www.myspace.com/gonjasufihttp://warp.net/ Gonjasufi è il nome d’arte che utilizza Sumach Ecks per fare musica. Anche se lui non è solo un musicista. Accanto all’impegno come rapper e dj in quel di San Diego (ora però si è trasferito a Las Vegas), infatti, il cantante ha sempre abbinato l’attività d’insegnante di yoga; ma potremmo chiamarle entrambe vocazioni,


http://www.myspace.com/gonjasufi
http://warp.net/

Gonjasufi è il nome d’arte che utilizza Sumach Ecks per fare musica. Anche se lui non è solo un musicista. Accanto all’impegno come rapper e dj in quel di San Diego (ora però si è trasferito a Las Vegas), infatti, il cantante ha sempre abbinato l’attività d’insegnante di yoga; ma potremmo chiamarle entrambe vocazioni, dato il carattere mistico del personaggio in questione, che si preoccupa di far ben trasparire le sue inclinazioni filosofico – religiose anche nelle proprie creazioni sonore.

Questo è il suo album di debutto, ed esce sotto Warp. Non male come inizio. Pare che Sumach sia stato notato dall’etichetta in questione dopo aver prestato la sua voce a una canzone contenuta in “Los Angeles”, ultimo disco di Flying Lotus. In ogni caso, la storica label di Sheffield ha fatto bene a non lasciarsi sfuggire quest’occasione, data la qualità complessiva del disco.

Il bello di “A Sufi And A Killer” è il suo essere totalmente inclassificabile. E di rappresentare qualcosa di nuovo nel normativo panorama musicale contemporaneo. Chiariamo subito che di hip – hop non c’è quasi più nulla nella musica di Gonjasufi. Ci sono invece molti riferimenti trip – hop, fra Tricky e Massive Attack, ai quali si affianca un dub lento e psicotropo. Più trip che hop, insomma. Ma il disco non si esaurisce affatto qua. Gli input sonori sono migliaia, tutti filtrati attraverso un’elettronica che accosta perfettamente fruscii e sfasamenti analogici a raga oppiacei e fragranze psichedeliche. Le 19 tracce sprizzano creatività da ogni nota: c’è l’India e l’Arabia, trovarobato terzo e quartomondista, paradossali incroci fra musica occidentale e orientale, i ritmi del funk e del garage che si specchiano nelle loro origini africane e iniziano un viaggio che li porterà in Giamaica, passando per la Germania cosmica degli anni Settanta. “Kobwebz” fonde dub e synth ronzanti con l’acid rock californiano, “Ancestors” filtra Beck attraverso il misticismo Hindu, mentre “Sheep”, con tanto di sensuale voce femminile, proviene direttamente dalla colonna sonora di un film erotico dei Seventies. E ancora: “SuzieQ” è garage rock fra Captain Beefheart, Stooges e Chrome, “Kowboyz & Indians” una specie di Bollywood virato electro, “Candylane” disco dance lisergica, “Love Of Reign” tribalismo moderno, “Klowds” un buon esempio di come potrebbero suonare i Kaleidoscope nel 2010.

Quello che oggi ancora manca a Gonjasufi e, di conseguenza, alla sua opera prima, è un pizzico d’esperienza. Quella che avrebbe evitato all’album di scivolare in un’eccessiva farraginosità, causata soprattutto da un sovraccarico di stimoli sonici. E probabilmente non ci sarebbe stato l’eccesso di quella “Made” posta in chiusura, dieci minuti francamente evitabili. Detto questo, “A Sufi And A Killer” rimane una bellissima sorpresa, e il suo autore potrebbe diventare il Beck del nuovo decennio.

Stefano Masnaghetti    

Condividi.