Quintorigo – English Garden

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I cambi di formazione sono sempre momenti molto delicati nella vita artistica di un gruppo, si perde un equilibrio che non è sempre facile ritrovare. I Quintorigo sono riusciti a superare la tumultuosa dipartita dello storico cantante John De Leo dandosi del tempo, tornando alla loro formazione musicale fatta di rock, pop e tanto jazz,

I cambi di formazione sono sempre momenti molto delicati nella vita artistica di un gruppo, si perde un equilibrio che non è sempre facile ritrovare. I Quintorigo sono riusciti a superare la tumultuosa dipartita dello storico cantante John De Leo dandosi del tempo, tornando alla loro formazione musicale fatta di rock, pop e tanto jazz, guardando sempre avanti, continuando, come è nella loro natura, a sperimentare. Chiamano così alla voce Luisa Cottifogli, registrano un album di cover pop-rock, “Il Cannone”, e si cimentano con i brani di un mostro sacro del jazz, Charles Mingus. Finita anche la collaborazione con la Cottifogli, tocca a Luca Sapio raccoglierne il testimone, portando nel gruppo un bagaglio musicale intriso di jazz e rock progressivo. Certo Luca Sapio non è John De Leo, graffiante, viscerale, tremendamente rock il primo, virtuoso e sperimentatore il secondo, con una grande devozione nei confronti di una delle voci per eccellenza, Demetrio Stratos. “English Garden” rappresenta, in questo contesto, l’inizio di un nuovo corso grazie alla ventata d’aria fresca portata da Luca Sapio che partecipa attivamente alla stesura dei brani, meno importante invece la collaborazione con Juliette Lewis, il cui contributo ha l’aspetto di un cameo o poco altro.

I Quintorigo ci consegnano così un disco come sempre difficile da inquadrare in un genere preciso, si passa dalla grande tradizione rock-blues a stelle e strisce di “Teardrops” e “Candyman”, a brani in cui la sperimentazione è la vera protagonista, prendete “Somewhere Else” e i suoi archi ossessivi e dissonanti, gli echi di Gershwin, l’intenzione punk del ritornello e la voce di Luca piegata dal vocoder, oppure “Hang Man Blues”, bluesaccio torbido da locale fumoso, o ancora la deriva prog di “Burning Doubts”, brano che chiude il disco. Non aspettatevi quindi un lavoro dal facile ed immediato ascolto, anche solo per la ricchezza degli arrangiamenti è giusto dedicargli il tempo che merita.

Livio Novara

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