[Reggae/World] Xavier Rudd – Koonyum Sun (2010)

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www.myspace.com/xavierruddwww.xavierrudd.com “Koonyum Sun”, l’ultimo lavoro di Xavier Rudd, ci riporta alle origini del suono del polistrumentista australiano, dopo la digressione oscura e meditabonda del precedente “Dark Shades Of Blue”, del quale si propone come soleggiata e rilassata altra faccia della medaglia: al Rudd “in minore” torna a sostituirsi il Rudd “in maggiore”.La più smaccata differenza



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“Koonyum Sun”, l’ultimo lavoro di Xavier Rudd, ci riporta alle origini del suono del polistrumentista australiano, dopo la digressione oscura e meditabonda del precedente “Dark Shades Of Blue”, del quale si propone come soleggiata e rilassata altra faccia della medaglia: al Rudd “in minore” torna a sostituirsi il Rudd “in maggiore”.
La più smaccata differenza con il passato sta nell’introduzione di due strumentisti incredibilmente validi (Tio Moloantoa al basso e Andile Nqubezelo alle percussioni, oltre che due voci notevoli) e nella profonda maturazione dello stile, che lascia da parte alcuni marchi di fabbrica come l’uso smodato del didjeridoo e si fa, proprio per questo, più maturo e più conscio.

“Koonyum Sun” possiede la facilità e l’immediatezza del miglior Jack Johnson e la freschezza di un bel disco di world music, ciononostante si afferma come uno dei più ispirati e personali nella discografia di Rudd. I caldi e intensi impasti vocali di Moloantoa, Nqubezelo e dello stesso Rudd fanno sì che le canzoni scorrano via con facilità anche dove le idee creative sembrano meno incisive, e rappresentano un ottimo filo conduttore per un album che non si frena nello spaziare da un genere all’altro.

Se con “Sky To Ground” i confini potrebbero sembrare da subito perfettamente tracciati in un triangolo fatto da world music, folk e reggae, inoltrandosi nelle dodici tracce successive si scopre molto altro, a partire dalle chitarre slide sporche di blues, spesso l’ossatura creativa dell’opera di Rudd, che qui si trasformano in dub con facilità e rendono pezzi come “Bleed” o “Koonyum Sun” delle pietre miliari nella sua evoluzione artistica.
C’è poi “Badimo”, la conclusione, in bilico fra tribalismi che ricordano alla lontana Fela Kuti e un’indole elettrica paurosamente occidentalizzante. La stessa dicotomia si ritrova in “Reasons We Were Blessed”, cantata a cappella, in cui un falsetto smaccatamente “bianco” si stende sul tappeto che le voci di Moloantoa e Nqubezelo, al contrario nerissime, gli stendono.

C’è spazio per molto, in questo cd, ecologismo militante e riflessioni sull’amore, e se tutto, magari, potrebbe sembrare eccessivo, spinto verso la snervante positività fricchettona da piedi nudi e nuotate nell’oceano, non si può dire che non ce lo si potesse aspettare dal ragazzo australiano nato col sole nei capelli ed eletto “figone vegetariano dell’anno 2007” dalla PETA. Soliti temi, ma più maturi, solite ispirazioni, ma più profonde, la crescita musicale passa senza dubbio da qui.

Francesca Stella Riva

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