Robert Plant & The Sensational Space Shifters – Lullaby and… The Ceaseless Roar

robert-plant-the-sensational-space-shifters-lullaby-and-the-ceaseless-roar-recensione 3.5/5
Robert Plant torna a ruggire con un nuovo disco a metà tra l'Africa e l'Inghilterra, a cavallo tra la tradizione e il futuro.

Robert Plant, un sinonimo di Led Zeppelin. Un collegamento automatico, che il cervello di qualsiasi appassionato fa ancor prima di rendersene conto. Robert Plant, un uomo di 66 anni, che a trent’anni dalla fine della storica band non si crogiola nei ricordi delle glorie passate ma continua fare nuova musica, sorprendentemente originale. E questo “Lullaby and… The ceaseless roar” è senza dubbio qualcosa che non si sente spesso. Musicalmente parlando, è un insieme di stili diversi, un meltin’ pot di culture e note che spaziano dall’Africa all’Inghilterra, dal folk al rock, dal futuro alla tradizione. Plant stesso l’ha definito come un album “celebrativo, potente, grintoso, africano. Un incontro tra la Trance e gli Zep”. È anche il primo disco registrato con The Sensational Space Shifters, anche se diversi musicisti sono conoscenze di vecchia data che hanno già militato in altre formazioni.

Un traditional, riarrangiato per l’occasione, apre le danze: “Little Maggie”, in cui si può cogliere un riferimento al blues del delta di Robert Johnson, con il verso <<I’m going down to the station / with my suitcase in my hand>> [Me ne vado giù alla stazione / con la mia valigia in mano], che rievoca immediatamente le atmosfere del classico “Love in vain blues” e di molti altri pezzi in cui tale verso viene ripreso. La musica è un folk con condimento elettronico in sottofondo. Tra i suoni più particolari di questo disco troviamo quello del ritti, un violino africano ad una sola corda, suonato dal gambiano Juldeh Camara. L’altra rielaborazione di una canzone tradizionale presente sul disco è “Poor Howard”, ispirata a “Po’ Howard” di Lead Belly. “Rainbow” è una delle tracce migliori di questo LP, dall’apertura con percussioni e uuuuuuh di Robert Plant, al riff di chitarra tanto semplice e rapido quanto efficace. “Pocketful of Golden” sarà  causa di qualche lacrimuccia per i fan degli Zeppelin: impossibile non emozionarsi sentendo Robert Plant cantare “And when the sun refuse to shine”, riferimento alla “Thank You” incisa sullo storico ”Led Zeppelin II” nel lontano 1969. “A Stolen Kiss” è una ballad dolce e malinconica, pianoforte e voce come nella migliore tradizione. “Arbaden (Maggie’s Baby)” è l’ultimo brano dell’album, cantato anche da Camara in lingua Fulani, mentre Plant riprende alcuni elementi di “Little Maggie”, chiudendo il cerchio e fornendo un perfetto epilogo al disco.

È un album strano, questo  “Lullaby and… The ceaseless roar”. In senso buono ovviamente. Ci trovi un po’ di tutto, molta musica lontana dalle orecchie e dalle sonorità classiche della musica rock a cui siamo abituati, ma anche riff potenti e più familiari come quello di “Turn It Up”, o gli arpeggi che aprono “Somebody There”. Robert Plant è il vecchio leone; si è creato un branco di ottimi musicisti, e nonostante l’età ruggisce ancora molto forte.

 

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